Sorveglianza digitaleLa censura trumpiana funziona perché sembra una forma di ribellione

Il caso del ricercatore francese respinto dagli Stati Uniti per aver criticato la politica scientifica della Casa Bianca rivela il nuovo autoritarismo americano: selettivo, subdolo, efficace

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Tra le retoriche più odiose del trumpismo c’è quella sul free speech. Nell’ultimo decennio, Donald Trump e i suoi fedelissimi (così come i loro emuli europei) si sono posti come i campioni della libertà di pensiero, gli alfieri unici della ribellione alla censura. Tutto inizia nel 2016, sulla scia delle culture wars che hanno caratterizzato quella fatidica campagna presidenziale, e culmina nel periodo della pandemia, quando il progressismo esasperato della sinistra universitaria americana inizia a mettere all’indice romanzi, tenta di impartire le proprie logiche di bolla sul linguaggio comune e si rende protagonista di azioni tanto eclatanti quanto ridicole (la lotta alle statue). 

Poi Trump torna alla Casa Bianca, e il campione del libertarismo spicciolo – su carta, antagonista del famigerato woke – inizia a censurare i libri reputati sovversivi, impone il linguaggio Maga nei documenti ufficiali e dà il via a una serie di atti teatrali per annunciare la liberazione dal politicamente corretto (l’abbattimento del murale Black Lives Matter a Washington D.C. e la firma del decreto anti-transgender circondato da ragazzine nello studio ovale, per citarne alcuni). Donald Trump fa le stesse cose che negli ultimi anni sono state attribuite agli pseudomarxisti statunitensi, ma c’è una grande differenza: Trump le ha istituzionalizzate. 

Ma questo non importa. Per i suoi sostenitori, il padre padrone del fu Partito Repubblicano resta un outsider, campione della libertà di pensiero contro il mainstream. È il presidente – dunque, il potere – ma continua a essere visto come un dissidente eterno, protagonista di quel “1984” che tanto piace ai populisti di ogni Paese, citato sempre a sproposito. Azzardare paragoni con Orwell, in politica, è sempre un sinonimo di deficienza, ma per una volta possiamo fare un’eccezione. Anche perché, in questo caso, parlare di «reato d’opinione» non è iperbolico. 

Il 9 marzo scorso, un ricercatore francese, in visita negli Stati Uniti per conto del Centre national de la recherche scientifique (Cnrs), è stato sottoposto a un controllo casuale all’aeroporto. Lì, dopo una perquisizione approfondita del suo cellulare e del suo computer, gli è stato negato l’ingresso nel Paese ed è stato immediatamente rimpatriato in Francia. Dieci giorni dopo, il ministro francese dell’Istruzione superiore, Philippe Baptiste, ha riportato la vicenda spiegando che «questa misura è stata apparentemente presa dalle autorità americane perché il telefono del ricercatore conteneva conversazioni con colleghi e amici in cui esprimeva un’opinione personale sulla politica di ricerca dell’amministrazione Trump». 

Il suo omologo agli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha affermato di «deplorare questa situazione» ribadendo la propria «determinazione a promuovere la libertà di espressione». Nessun commento ufficiale da parte delle autorità statunitensi. Nonostante le dichiarazioni di alcuni elementi delle forze dell’ordine – i quali hanno parlato di un vago «cospirazionismo» contro la Casa Bianca – chi ha toccato la vicenda ha confermato che i motivi dietro questa espulsione sono riconducibili alle critiche, fatte dal ricercatore, contro la presidenza americana e nello specifico contro i tagli al budget riservato alla comunità scientifica (oltreché alla soppressione di alcune ricerche finanziate con i fondi pubblici). 

La cosa si riallaccia alle recenti azioni intimidatorie della Casa Bianca contro diversi membri della comunità universitaria – il rimpatrio forzato della dottoressa Rasha Alawieh o l’arresto dello studente della Columbia University Mahmoud Khalil – giustificate come provvedimenti anti-terroristici, ma lasciamo da parte, per ora, l’attacco al mondo accademico (sempre più simile a una vendetta camorristica contro i nemici del 2016) e torniamo all’episodio dello scorso marzo, alle sue specificità.

Sono due i punti fondamentali che rendono questa vicenda estremamente grave. Innanzitutto i metodi: gli agenti hanno effettuato un controllo delle chat private dello scienziato, cercando specificatamente parti di discussioni confidenziali, intime, che potessero rappresentare una qualche forma di pericolo. 

Un’argomentazione fatta dai (pochi) critici dell’episodio è che questo tipo di controllo non è una novità: si legge infatti sulla pagina dell’U.S. Customs and Border Protection che «tutti i viaggiatori che attraversano il confine degli Stati Uniti possono essere soggetti a ispezione» e che «in rari casi, gli agenti possono controllare i telefoni, i computer, le fotocamere e altri dispositivi elettronici durante l’ispezione». Nella stessa pagina viene ribadito, però, che il provvedimento viene applicato specificatamente per individuare casi di «terrorismo, pedopornografia, spaccio» e reati simili, e che nel 2024 meno dello 0,01 per cento dei viaggiatori è stato sottoposto a un controllo di questo tipo. 

Questo si riallaccia al secondo elemento non trascurabile della questione: il precedente. Al ricercatore francese è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti per critiche contro l’amministrazione in carica; non possiamo (e non vogliamo) sapere i contenuti di quelle chat, se ci fossero insulti o attacchi iperbolici contro il presidente – volendo applicare questo criterio, si finirebbe per chiedere la pena di morte per i membri di quei gruppi WhatsApp e Telegram filotrumpiani dove si fanno battute infime su ipotetiche stragi di democratici e sugli stupri delle loro rappresentanti – perché qualsiasi fosse il contesto si tratta comunque di uno spazio privato e in assenza di reali progetti eversivi non può essere soggetto a sanzioni. 

La sua storia si è conclusa con il rientro in patria, ma le conseguenze di questo episodio iniziano a impattare la vita quotidiana negli Stati Uniti. Tra i residenti del Paese, specialmente tra gli immigrati regolari, si è diffusa l’idea che i loro telefoni possono essere soggetti a un controllo arbitrario, che un’opinione anti-Trump possa portare alla cancellazione del visto, al suo mancato rinnovo, al rimpatrio. 

Non sono pochi quelli che hanno iniziato a cancellare le chat, che hanno impostato il riconoscimento facciale nella speranza che possa fungere da deterrente in caso di ispezione, che evitano di nominare Trump se non a voce. Giustificata o meno, la paura esiste e basta questo per osservare quale sia la direzione intrapresa dagli Stati Uniti. Alla fine, il regime del terrore lo hanno fatto i libertari che dopo anni hanno deciso di gettare la maschera: non si è mai trattato di libertà.

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