Giorgia, e il predatore Meloni non deve andare da Trump a chiedergli aiuto, ma a tutelare l’Italia e l’Ue

Nello Studio Ovale, la premier si troverà di fronte un presidente che vuole indebolire l’Europa e punta a instaurare rapporti di dominazione con i vari Paesi e le singole aziende. Non esiste nessun termine di paragone con il De Gasperi del 1947

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Tommaso Foti è un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, uno dei più moderati, un mezzo democristiano lontano dai toni eccessivi del partito. Ministro per gli Affari europei, erede del democristiano Raffaele Fitto per la gestione dei fondi del Pnrr. Per cui certe sue affermazioni, alla vigilia del viaggio a Washington della premier Giorgia Meloni, suonano ancora più stonate.

Ieri, in un’intervista alla Repubblica, si è lanciato in un paragone storico da lasciare basiti: «Ottant’anni fa De Gasperi volò negli Stati Uniti mentre in Italia c’era chi diceva: cederà i nostri valori. Poi tornò con un pacchetto che servì all’Italia a uscire dal disastro della guerra. Serve memoria storica».

Esatto, memoria storica. Ora: è comprensibile che un colonnello, erede di una storia non proprio degasperiana, voglia elevare la sua leader a quella di un personaggio monumentale del post-fascismo e debba cospargere di zucchero e miele il tappeto rosso della Casa Bianca, molto probabilmente per scongiurare il peggio. Ma peggio di così non poteva dire. Denota scarsa conoscenza dell’abc di quello che accadde nel gennaio del 1947.

De Gasperi rappresentava un Paese umiliato, povero, sconfitto, che provava a rimettersi in piedi dopo la guerra e il disastro nazifascista. Con alle spalle un governo di unità nazionale insieme a socialisti e comunisti, il mite leader Dc e presidente del Consiglio portò a casa un prestito di cento milioni di dollari dalla Export-Import Bank, un rimborso di cinquanta milioni di dollari per la collaborazione dell’Italia nella fase finale della guerra, l’acquisto di cinquanta navi da trasporto che rimise in moto la macchina commerciale italiana. Oltre all’invio di bastimenti di grano e combustibile che fece ripartire la produzione italiana e superare la crisi alimentare del nostro Paese.

Era la premessa del Piano Marshall annunciato cinque mesi dopo, che gettò le basi della nuova Europa pacificata, pacifica e prospera. Al suo ritorno a Roma, De Gasperi cacciò Palmiro Togliatti e Pietro Nenni dal governo e aprì la stagione centrista, cosa che Meloni si guarderà bene dal fare, allontanando Matteo Salvini dall’esecutivo.

La premier non riceverà dall’amico americano alcunché. Anzi, avrà di fronte un nemico che pretende di riavere il maltolto dall’Europa scroccona e parassita. Oggi non sono gli americani a dare qualcosa a noi, ma dobbiamo essere noi a comprare gas liquefatto e armi Made in Usa, ad aumentare le spese militari al due per cento del Pil (e anche oltre), a implorare dazi zero. Dovrà essere Meloni ad aiutare Donald Trump a levare quei limiti europei alle scorribande delle big tech e i dazi alle auto americane.

La traversata transoceanica della premier servirà soprattutto a proteggere l’Italia, in un rapporto bilaterale, dalla coercizione economica che sta usando il presidente americano. Come scrive Federico Fubini nella sua newsletter Whatever it takes, «la coercizione economica è la cifra del tempo, con l’uso di mezzi finanziari, commerciali o tecnologici per piegare altri Paesi». Fubini riporta le parole di Abraham Newman della Georgetown University in una loro conversazione: «Trump vuole rivedere l’ordine internazionale liberale, non gli piacciono le regole che lo limitano. I dazi sono un attacco a quest’ordine e un tentativo di fissare nuove regole del gioco: ogni Paese, se vuole uscire dalla pressione dei dazi, dovrà negoziare singolarmente con gli Stati Uniti. Ogni governo dovrà andare a Washington e chiedere un’eccezione, un trattamento speciale. Così Trump punta a instaurare rapporti di dominazione con i vari Paesi e anche con singole aziende: dovranno pagare un tributo da cui lui può estrarre risorse, semmai da redistribuire agli alleati se lo ritiene».

Meloni dovrà inventarsi qualcosa di magico per uscire viva dallo Studio Ovale. Certo, dovremmo fare il tifo per lei perché la sua missione sia un successo per il nostro Paese e l’Europa, che riesca a rammendare la tela strappata da Trump. Sicuramente Trump riserverà una grande accoglienza alla presidente del Consiglio italiano: lei gli è politicamente più vicina, non apre alla Cina, non va a Pechino come ha fatto lo spagnolo Pedro Sánchez. Tutti i patrioti europei dovrebbero sperare in un successo della premier perché significherebbe evitare dazi, pretendere da Trump di imporre un cessate il fuoco a Vladimir Putin e armare Volodymyr Zelensky per difendersi. Temiamo che Trump abbia argomenti più subdoli e coercitivi per chiedere a Roma ubbidienza e lo scalpo dell’Europa. Presidente resista, non si accontenti di un piatto nazionale di lenticchie. Chi ha scommesso su Trump ha finora perso.