Il maldestro tentativo di Giancarlo Giorgetti (con l’avallo di Giorgia Meloni?) di svignarsela dal progetto ReArm Euruope/Readiness 2030 è stato presto smascherato dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Il titolare dell’Economia (leghista, non dimentichiamolo) aveva detto che l’Italia non avrebbe usato la clausola di salvaguardia e preso tempo sui soldi del “Safe”, cioè esattamente i due pilastri su cui si regge il Piano presentato da Ursula von der Leyen. Ma ieri Crosetto, in un’intervista alla Stampa, ha detto le cose come stanno: «La verità è che al momento non abbiamo né risorse né scorte né investimenti per garantire la difesa dell’Italia nei prossimi anni come dovremmo. E quindi serve un’accelerazione. Non lo dico io, ministro pro tempore alla Difesa. Lo dicono le forze armate, i tecnici cui abbiamo delegato la difesa del nostro Paese. Lo direbbero anche a un ministro dei Cinquestelle». Perfetto. Il governo sedicente dei Patrioti sta sguarnendo le difese della tanto evocata Nazione mentre a mille chilometri la strage perpetrata dai russi in Ucraina prosegue senza sosta (dopo il massacro di Sumy, trentacinque morti, ieri sono state colpite Odessa e Kharkiv): solo una classe dirigente di scavezzacollo come quella italiana può pensare di agire, o meglio non agire, in questo modo. Pur di non dare l’impressione di seguire von der Leyen e Emmanuel Macron, la presidente del Consiglio tergiversa, prende tempo, fa propaganda.
Mentre non c’è il minimo segno che Vladimir Putin intenda fermarsi. Anzi. La minimizzazione della strage di Sumy da parte del caporione della Casa Bianca («è stato un errore»), bissata da un incredibile attacco a Joe Biden e a Volodymyr Zelensky («è la loro guerra, non la mia», ha detto prima di aggiungere uno stanco «è anche colpa di Putin») sta a indicare che c’è una complicità tra Donald e Vladimir, o come minimo una convergenza nell’obiettivo di fare dell’Ucraina una terra di conquista per entrambi.
Come ha spiegato Piero Fassino, «la verità è che da quando gli inviati di Trump hanno iniziato i colloqui con Putin, la Russia ha intensificato bombardamenti e operazioni militari. A conferma che la linea di concedere a Putin quel che vuole, a partire dal sottrarre territori all’Ucraina per darli alla Russia, non ferma la guerra e prepara soltanto una pace ingiusta e umiliante per gli ucraini».
Lo stato maggiore del Partito democratico, dopo aver espresso la doverosa condanna per il misfatto di Sumy, è già passato a occuparsi d’altro. Incontrando le parti sociali, al Nazareno stanno mettendo a punto un decalogo sulla questione dei dazi. E hanno visto anche Maurizio Landini, al quale Elly Schlein ha assicurato il pieno appoggio ai quattro «Sì» ai referendum contro il Jobs act e a quello dei radicali sulla cittadinanza.
Al numero uno della Cgil ovviamente interessano i suoi quattro referendum vendicativi dell’ormai lontana stagione renziana, un regolamento di conti testardo e tardivo il cui esito sarà molto probabilmente nullo, dal momento che trovare venticinque milioni di italiani disponibili a recarsi ai seggi per esprimersi su quesiti così fuori dall’agenda del Paese non sarà impresa agevole.
Ma Schlein ce la metterà tutta, malgrado gli inevitabili dissensi che non si esprimeranno con un «No» ma con la non partecipazione al voto, anch’esso uno strumento legittimo nelle battaglie referendarie, così che allo stato attuale delle cose il quorum appare un miraggio.
Anche perché la battaglia contro il Jobs act, lungi di per sé dal portare un chiaro elemento di giustizia sociale, sembra veramente fuori sincrono in una situazione dominata da tutt’altro: dalla sostanziale recessione dell’economia alle guerre in corso non lontano dall’Italia.
In ogni caso sulla battaglia landiniana si getteranno gli stati maggiori del futuribile partito unico Pd-Avs-M5s, che non si preoccupano di alzare in questa vicenda un ponte levatoio con Italia Viva e Azione. Anzi, Giuseppe Conte è ben felice di saldare il suo Movimento 5 stelle a quella sinistra cui non intende regalare un minimo spazio, continuando per altro verso a cavalcare la spinta pacifista che nella sua versione è sempre più sinonimo di filoputinismo: e non si sa se sia più incredibile il silenzio dell’avvocato sulla carneficina di Sumy o quello del Partito democratico che lo copre.
È, dunque, un quadro deprimente, in cui si sommano incapacità e cinismi di vario tipo, quello che l’Italia sta ancora una volta offrendo, mentre piovono missili e bombe, non lontano da qui.