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In un mondo sempre più regolato da logiche sopraffattorie, segnato dalle ingiustizie, lacerato dagli orrori delle guerre, ogni speranza sembra perduta o comunque vanificata. Il solo parlarne rischia di apparire folle. Eppure, mai come in questi ultimi mesi è un continuo susseguirsi di appelli a coltivare la fiducia, a vincere lo scoraggiamento, a rianimare le aspettative di bene. Ora, quest’inesausto inno alla speranza e di speranza, il che potrebbe forse suonare strano in prima battuta, s’eleva da Roma. Non certo, per citare Matilde Serao, «la Roma della politica, del giornalismo, degli affari», ma la Roma cuore della cattolicità.

È infatti incentrato sulla speranza il Giubileo o Anno Santo, che, indetto il 9 maggio scorso da Papa Francesco e da questi inaugurato, la sera della vigilia di Natale, con l’apertura della Porta Santa della Basilica vaticana di San Pietro, si concluderà con la chiusura della stessa il 6 gennaio 2026. Si tratta del ventisettesimo Anno Santo della storia. Tanto per capirci: viene detto ordinario il Giubileo celebrato con cadenza regolare ogni venticinque anni (così dal 1470), straordinario, invece, quello legato a ricorrenze di particolare importanza come lo è stato, ad esempio, l’Anno Santo della Redenzione del 1933 o l’Anno Santo della Misericordia del 2015.
Leitmotiv del grande evento religioso in corso, tradizionalmente caratterizzato dall’acquisizione dell’indulgenza plenaria connessa al pellegrinaggio a Roma e alla visita delle quattro basiliche patriarcali (cui si è aggiunta nei secoli quella delle Sette Chiese e di altri luoghi sacri anche al di fuori dell’Urbe) o alle opere di misericordia e di penitenza, è per l’appunto la speranza. Non a caso il motto scelto da Papa Francesco per quest’anno giubilare è “Pellegrini di speranza”, mentre è intitolata “Spes non confundit” la relativa bolla d’indizione. Ma di quale speranza si parla? È indubbio che ci si riferisce innanzitutto – e Bergoglio lo afferma a chiare lettere nella citata bolla – alla seconda delle virtù teologali così come non meno chiara è la dimensione spirituale dell’Anno Santo quale cammino di conversione. Ma quello del Giubileo può essere in pari tempo un richiamo universale.

Nel viaggio della vita tutti, credenti e non credenti, avvertono infatti l’insopprimibile bisogno del cuore di rientrare in sé stessi. Inoltre, tutti sperano. Sperano in un avvenire migliore, che per molti significa non solo benessere economico ma anche più giustizia, più umanità, più serenità. Eppure, come guardare al futuro «senza la ricomposizione di un clima di speranza e di fiducia»? Perché questo sia possibile, è necessario recuperare – così Francesco nella lettera all’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione dei popoli e “regista” di questo Giubileo – «il senso di fraternità universale», non chiudendo «gli occhi davanti al dramma della povertà dilagante che impedisce a milioni di uomini, donne, giovani e bambini di vivere in maniera degna di esseri umani».
Da qui, gli inviti pressanti, esplicitati nella “Spes non confundit”, a tradurre il messaggio giubilare in gesti concreti di prossimità ed essere, dunque, «segni tangibili di speranza» attraverso il costante assillo per una pace giusta e duratura, l’accoglienza di migranti, profughi e rifugiati, la cura dei giovani, la sollecitudine affettuosa per gli anziani, la vicinanza agli ammalati, la richiesta di condizioni dignitose per i detenuti. Sotto quest’ultimo aspetto Papa Francesco, che il 26 dicembre ha aperto, per la prima volta nella storia dei giubilei, la Porta Santa in un carcere (nello specifico Rebibbia), ha espressamente proposto ai Governi di assumere «iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi».

Ma la speranza in un mondo migliore non potrà soprattutto prescindere dalla consapevolezza che la Terra appartiene a tutti (e, per i cristiani, ça va sans dire, innanzitutto a Dio, che l’ha affidata alla cura e alla gestione comune dell’umanità), non già a pochi privilegiati, con il conseguente impegno per il ridimensionamento dello sfruttamento delle risorse naturali, un’equa distribuzione dei beni primari, il condono del debito estero dei Paesi poveri, il rispetto per l’ambiente. Il che ci consente di cogliere l’essenza più profonda dell’Anno Santo e riandare alle origini stesse della parola Giubileo. Attraverso il termine latino “iobeleus”, coniato da san Girolamo, e le sue varianti “iubelaeus” e “iubilaeus”, essa deriva dall’ebraico “yôbēl”: il vocabolo semitico, che significa letteralmente montone, e indica nella Bibbia il compimento del settimo ciclo di anni sabbatici, ossia quell’anno cinquantesimo che il Levitico definisce santo e chiama ripetutamente Giubileo nei capitoli 25 e 27.
Annunciato dal suono del corno (šôfâr) – fra l’altro, come anche richiamato ultimamente dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, probabile accezione originaria della parola yôbēl –, l’anno giubilare era infatti caratterizzato dal riposo della terra, dall’annullamento della proprietà terriera o restituzione dei beni immobili ai primitivi proprietari, dalla remissione dei debiti, dalla liberazione degli schiavi. Un’utopia? Forse, ma di grande attualità.