Negli ultimi giorni, dopo la manifestazione del Movimento 5 stelle del 5 aprile, Elly Schlein ha scelto una postura più presidenziale, più da leader del Partito unico Pd-Avs-M5s, smettendo, al di là del look, i panni della studentessa di un campus americano, tutta slogan e cartelli. L’impressione è che voglia relegare Giuseppe Conte nel ruolo dell’arruffapopolo. Un ruolo che lo stesso Conte ha scelto per rilanciare la sua presenza politica, che, soprattutto l’anno scorso, era declinata pericolosamente.
Sembra, dunque, di dover assistere a un curioso rovesciamento dei ruoli: la segretaria del Partito democratico che, da movimentista, diventa una secchiona impegnata sulle questioni di merito, e Conte che, da azzimato uomo di governo, si muta in propagandista di piazza. Nelle competizioni, è naturale che ciascuno cerchi di distinguersi per ruolo e stile di leadership.
Così, nei giorni scorsi, Elly Schlein ha convocato al Nazareno le parti sociali per discutere della questione dei dazi, proprio come farebbe un vero presidente del Consiglio. Non solo i soggetti amici, ma anche – come ha osservato Giovanna Vitale su Repubblica – anche sedendosi al tavolo con un’organizzazione vicinissima al governo, come la Coldiretti. Il tutto finalizzato a costruire un pacchetto di proposte da consegnare a Giorgia Meloni, (che poi il Pd non sia riuscito a consegnarle a Meloni prima del viaggio della presidente del Consiglio a Washington, rientra nella consueta mancanza di tempismo del Nazareno). Esattamente ciò che avviene nelle democrazie mature.
Persino l’atteggiamento sulla nuova America trumpiana è un po’ diverso dal solito: ora dice che non si deve rinunciare alla relazione con gli Stati Uniti. Insomma, lei fa la parte di Meloni, mentre Conte si salvinizza. E ancora, Schlein con gli altri compagni, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ha presentato una mozione parlamentare su Gaza che contiene dieci impegni: dal riconoscimento dello Stato di Palestina alla condanna dello sterminio a Gaza e per fortuna anche «la liberazione degli ostaggi». E ovviamente la condanna forte dei crimini di guerra di Israele, il sostegno alla Corte penale internazionale.
Sempre Schlein è riuscita, tramite associazioni vicine, a chiamare ieri sulla Rai tutti i leader del Partito unico Pd-Avs-M5s (allargato a Riccardo Magi di Più Europa), riprendendo la questione della riforma dell’azienda di Stato in vista della scadenza di agosto, quando l’Italia dovrebbe, almeno in teoria, recepire il regolamento europeo che impone che i partiti stiano fuori dal servizio pubblico. Una riforma che, naturalmente, non si farà mai, ma che resta, comunque, un tassellino della politica del Partito unico.
Giacché la segretaria, pur in questo volersi diversificare da Conte, continua ogni giorno a stringere i bulloni dell’intesa tripartita (nemmeno per sbaglio una apertura a Italia viva, che finirebbe per irritare gli altri due partner), come risulta dall’auspicata candidatura del grillino della prima ora Roberto Fico in Campania oppure dall’unità delle tre formazioni del Partito unico sui «Sì» ai referendum contro il Jobs Act promossi dalla Cgil di Maurizio Landini. Una battaglia impossibile, ma al Nazareno pensano che sarebbe una sconfitta di Schlein come di Conte: quindi di nessuno. La segretaria presidenziale va avanti così, per fare il Masaniello c’è Conte.