Tovarish trumpianoPerché ai Repubblicani piace tanto la Russia di Putin

Il legame tra una parte della destra statunitense e il Cremlino non nasce da Trump, ma da un’evoluzione culturale che affonda le radici negli anni Novanta

AP/Lapresse

Donald Trump ce la sta mettendo tutta per riabilitare Vladimir Putin e la Russia tra gli attori credibili della politica internazionale. Le concessioni dell’amministrazione americana al Cremlino sono una costante dall’inizio del mandato, di solito sotto forma di dichiarazioni accomodanti, altre volte con attacchi diretti all’Ucraina e al presidente Volodymyr Zelensky. In alcuni casi eccezionali, gli Stati Uniti si sono concessi il lusso di leggere la realtà, specialmente sull’invasione dell’Ucraina, con la stessa lente imperialista della Russia, minimizzando le responsabilità di Mosca e puntando il dito contro l’Europa, la Nato, l’Occidente.

«La Russia ha sempre rappresentato, per l’America, qualcosa di più di un semplice rivale geopolitico: è stata l’altro ideologico, lo specchio oscuro che ha permesso agli Stati Uniti di definire se stessi attraverso valori diametralmente opposti», ha scritto Jonathan Mahler sul New York Times Magazine, raccontando il ribaltamento della prospettiva statunitense sulla Russia operato dai trumpiani.

Secondo lo storico David S. Foglesong, la Russia è sempre stata il gemello cattivo o il doppelgänger oscuro dell’America. Già alla fine dell’Ottocento, il giornalista americano James Buel dopo un viaggio in Russia descrisse una nazione «barbara» che andava liberata dall’oppressione zarista «con la baionetta o con il libro dei salmi». E non era cambiato molto dopo la Rivoluzione d’Ottobre o durante la Guerra Fredda: si aggiornava la grammatica, cambiavano i volti e i nomi, non la sostanza.

Il punto però non è tanto la considerazione che hanno gli americani della Russia, quanto l’improbabile infatuazione della nuova generazione di Repubblicani trumpiani per metodi e politiche del Cremlino.

Nel suo articolo Mahler crea un parallelo tra il viaggio di Boris Eltsin – riformatore che sarebbe poi diventato il primo presidente eletto democraticamente della Russia post-sovietica – negli Stati Uniti nel 1989 e la visita di Tucker Carlson a Mosca dello scorso anno. Eltsin entro in un supermercato di Houston e ne uscì sconvolto dall’abbondanza di cibo e altri beni a disposizione dei consumatori americani, imparagonabile a quello che avevano i cittadini russi. Allo stesso modo, l’anno scorso Carlson durante il suo soggiorno a Mosca ha fatto la spesa e ha detto di essere rimasto altrettanto colpito dalla varietà dei prodotti e dai prezzi contenuti. «Venire in un supermercato russo e vedere quanto costano le cose e come vive la gente, ti radicalizza contro i nostri leader», ha detto.

Carlson è diventato il simbolo dell’America febbricitante convertita al putinismo. E non ci sono paragoni simili nella storia recente degli Stati Uniti. Qualcuno si è azzardato a leggere una strategia dietro quest’infatuazione per la Russia, in una versione aggiornata della realpolitik di Henry Kissinger: invece di indebolire la Russia facendo la pace con la Cina, l’idea è isolare la Cina avvicinandosi a Mosca.

Ma la riorganizzazione del rapporto tra Stati Uniti e Russia è in realtà la diretta conseguenza dell’affermazione di un insieme di idee – politiche e culturali – che da anni fermentano nella destra americana.

Putin ha poi fatto di tutto per rafforzare il ruolo della Russia come avversaria spirituale dell’America, arrivando a definire l’Occidente «satanico», rievocando la Guerra Fredda per minare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti, attivando “fabbriche di troll” per diffondere disinformazione online. Intanto ha ripreso le vecchie ambizioni imperiali della Russia zarista: l’invasione della Georgia, l’annessione della Crimea, poi l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. La sua è una guerra contro il mondo libero e democratico, in difesa di certi valori definiti «tradizionali» che a una parte della destra americana (e non solo) piace molto.

«Che ne fosse consapevole o meno quando iniziò la sua campagna in difesa dei valori tradizionali nel 2012, Putin si stava allineando con una piccola cerchia di conservatori negli Stati Uniti che condividevano il suo disprezzo per il liberalismo moderno. Quella causa comune sarebbe diventata una vera e propria alleanza», si legge sul New York Times.

Nel suo articolo, Mahler individua le radici del legame tra Russia e destra americana in un punto nella storia precedente rispetto alla presidenza di Putin. È il 1995, due sociologi russi, Anatoly Antonov e Viktor Medkov, invitano Allan C. Carlson, accademico e presidente di un think tank conservatore dell’Illinois, a Mosca. Carlson ha pubblicato un libro in difesa della famiglia tradizionale, “Family Questions: Reflections on the American Social Crisis”. Antonov e Medkov sono preoccupati per il calo demografico in Russia e sono convinti che la soluzione sia contenuta tra le pagine di quel libro. Da quell’incontro nasce il World Congress of Families, che ha l’obiettivo di promuovere una rete globale di conservatori affini per combattere femminismo, omosessualità e aborto.

Negli Stati Uniti, la battaglia trova il suo alfiere in Patrick J. Buchanan – veterano delle amministrazioni Nixon e Reagan e candidato repubblicano alla presidenza nel 1992, 1996 e 2000. Secondo Buchanan, la grande lotta del XXI secolo non è uno scontro geopolitico tra Est e Ovest, o tra libertà e oppressione: è una battaglia culturale tra tradizionalisti e l’élite secolare, multiculturale e globale.

Per anni Buchanan è rimasto ai margini della politica e di un Partito Repubblicano dominato dai neocon, da chi vedeva nella vittoria della Guerra Fredda un trionfo della democrazia liberale. Così ha trovato nella Russia una valvola di sfogo e in Putin una fonte di ispirazione. «Vladimir Putin è un paleoconservatore?», scriveva nel 2013 su The American Conservative. «Nella guerra culturale per il futuro dell’umanità, è uno dei nostri?».

Trump sarebbe stato eletto tre anni dopo. Perché nel frattempo le idee di Buchanan avevano attecchito su una parte della destra americana. «Si stava formando una reazione contro l’immigrazione e i cambiamenti sociali progressisti, nonché contro le disavventure americane in Iraq e Afghanistan e contro il progetto americano di esportazione della democrazia liberale», scrive Mahler sul New York Times Magazine. «Una nuova generazione di pensatori nazionalisti e reazionari si avvicinava alla Russia di Putin come a un alleato nella guerra culturale, per orientare l’America verso un nazionalismo antiglobalista».

Una nuova visione del quadro internazionale, più favorevole della Russia, stava costruendo una propria architettura intellettuale, che univa isolazionismo, nazionalismo e tradizionalismo a una crescente ammirazione per i leader autoritari. E per Putin tutto questo era un grosso regalo pronto da scartare.

L’autocrate del Cremlino si era posizionato all’estremo più conservatore della guerra culturale per ragioni di politica interna. Solo in un secondo momento, si è trasformato in quella che il giornalista russo in esilio Mikhail Zygar ha definito «una forma di arte del governo», un mezzo per trovare consenso nell’estrema destra americana e, così facendo, minare la politica del suo rivale storico dall’interno.

«La retorica e le politiche di Putin oggi sono concepite, in parte, per essere recepite dal pubblico americano», si legge sul New York Times. E la strategia sembra aver funzionato meglio di quanto persino Putin avrebbe potuto immaginare. In poco più di un decennio, quel gruppetto di seguaci di Buchanan si è ingigantito e ha trovato protagonismo: dai margini dei media di destra è arrivato al cuore del potere, fino alla Casa Bianca.

Per fortuna, numericamente gli elettori americani che hanno un’opinione favorevole di Putin sono ancora una ristretta minoranza, il sette per cento secondo un sondaggio della Quinnipiac University pubblicato a metà marzo, e una buona maggioranza disapprova la gestione di Trump della guerra in Ucraina.

«Trump e la sua amministrazione possono anche guardare alla Russia di oggi e vederci un’anima affine, ma per la maggior parte degli americani, essa resta il lato oscuro», scrive Mahler, che poi conclude dicendo: «La riorientazione della politica americana verso la Russia, dunque, potrebbe dire poco sulla reale forza persuasiva di certe idee, ma dice molto sull’ascesa all’interno del Partito Repubblicano di ideologi a lungo relegati ai margini e ora diventati élite».

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