Tra il bombardamento dell’ospedale di Gaza da parte dell’esercito israeliano, nella notte tra sabato e domenica, e la strage di Sumy, in Ucraina, dove (almeno) trentaquattro persone sono state assassinate dai missili russi mentre andavano in chiesa per la domenica delle Palme, la giornata di ieri ha dato un’idea abbastanza precisa di quali siano il carattere e l’effettiva consistenza della pax trumpiana. E anche dei suoi promotori e sostenitori.
A cominciare da Giorgia Meloni, che in attesa di volare a Washington per il suo tanto sospirato incontro di giovedì con il presidente americano ha avuto il cattivo gusto di commentare il massacro di Sumy con le seguenti parole: «Condanno con fermezza queste violenze inaccettabili, che contraddicono ogni reale impegno di pace, promosso dal presidente Trump e sostenuto convintamente dall’Italia, insieme all’Europa e agli altri partner internazionali».
Un atto di omaggio, o se preferite un bacio della pantofola, diciamo così, che almeno di fronte all’atroce spettacolo di tanti morti e feriti innocenti, famiglie con bambini che andavano a messa, la nostra presidente del Consiglio avrebbe potuto risparmiarci.
Anche perché è evidente a tutti ormai che in Ucraina, come del resto anche a Gaza, le stragi continue non sono affatto in contraddizione con la politica di Trump, purtroppo, ma ne sono semmai la conseguenza. Una conseguenza se non proprio incoraggiata quanto meno disinvoltamente messa nel conto dalla Casa Bianca.
E dunque, a questo punto, anche dai sostenitori italiani del presidente Trump – non solo politici, ma anche giornalistici e pseudo-accademici – che continuano a magnificarne gli incessanti sforzi diplomatici, nonostante la traduzione pratica di tali sforzi consista in un sostanziale via libera ai bombardamenti e in una solenne celebrazione della legge del più forte, resa ancora più ripugnante dalle discussioni su possibili speculazioni collaterali, dalle terre rare ucraine alla riviera di Gaza.