PsicopoliticaL’America no-global di Trump e l’equazione del complottismo

La logica è chiara: qualunque mia sconfitta (reale o percepita) è la prova che gli altri barano. Si tratti di commercio o di elezioni, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP Photo/LaPresse (ph. Mark Schiefelbein)

Ci sono molte istruttive contraddizioni nella nuova epoca che Donald Trump sta aprendo – sempre che alla fine il presidente americano non si riveli l’equivalente protezionista di Liz Truss, e sia costretto a richiuderla con molte scuse nel giro di qualche settimana, o mese – ma quella che preferisco riguarda il paradosso dell’interpretazione no global del mondo.

Da un lato infatti Trump è senza dubbio il più convinto e influente assertore della visione antiglobalista dell’economia e della politica internazionale, dall’altro però offre di quelle stesse teorie una versione completamente rovesciata, in cui gli Stati Uniti non sono più i grandi burattinai e dunque i principali beneficiari di quell’equilibrio, ma le principali vittime.

Fino al colmo del paradosso della prima superpotenza globale che fino a oggi si sarebbe lasciata prendere per il collo dal Bangladesh, uno tra i paesi più poveri del mondo, stando almeno al bizzarro calcolo delle «tariffe reciproche» utilizzato per riempire l’incredibile tabellone esibito da Trump nel suo festoso «Liberation Day».

Un calcolo economicamente insensato, ma psicologicamente e politicamente chiarissimo, che rappresenta quella che potremmo definire l’equazione fondamentale del complottismo: qualunque mia personale sconfitta (reale o percepita) può essere spiegata soltanto con il fatto che gli altri barano. O meglio, è la prova che gli altri barano («they cheated on us», come ripete ossessivamente Trump).

Vale per il commercio come per le elezioni. È la conseguenza del principio dell’infallibilità del capo: non potendo perdere per definizione, essendo infallibile, se perde, significa che la competizione è truccata. Non servono prove, e nemmeno indizi, basta e avanza la prova ontologica. E infatti, se ricordate, nell’ultima campagna elettorale Trump ha svolto esattamente questo argomento: siccome era chiaro che il popolo era con lui, se avesse perso sarebbe stata la dimostrazione che i democratici truccano le elezioni, proprio come nel 2020.

Il problema che Giorgia Meloni e gli altri sovranisti schierati con Trump non sembrano avere afferrato per tempo è che questo schema, applicato al commercio e più in generale alle relazioni internazionali, non prevede amici e tantomeno alleati, ma solo avversari pronti a fregarti alla prima occasione. Anzi, come il presidente americano ha ripetuto più volte, gli amici sono quelli che ti fregano anche più dei nemici. E come tali, di conseguenza, saranno trattati.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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