Scacco atomicoIl negoziato sul nucleare iraniano riparte con gli stessi errori di dieci anni fa

Trump ha fretta di ottenere un accordo con Teheran che però pone condizioni irricevibili. La linea oltranzista dei Pasdaran resta quella dominante

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Donald Trump ha fretta di sistemare a modo suo le crisi del pianeta. Incagliato – e non è un caso – nelle trattative con Vladimir Putin per trovare uno sbocco alla guerra in Ucraina, Trump ha aperto un altro fronte, annunciando che da sabato prossimo partirà in Oman un tavolo ad alto livello affidato al plenipotenziario Steve Witkoff per trattare il blocco del programma nucleare iraniano direttamente con gli ayatollah e i Pasdaran. Trump ha aggiunto: «Se la trattativa non avrà successo credo che l’Iran sarà nei guai».

Ma il programma nucleare iraniano è ormai alle soglie del raggiungimento della costruzione di una bomba atomica. Secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran ha raffinato circa duecentosettantaquattro chili di uranio arricchito al sessanta per cento, non lontano dalla soglia del novanta per cento necessario per la bomba atomica. Un livello di arricchimento dell’uranio che non può essere giustificato da scopi civili – come sostiene ufficialmente l’Iran – ma che appare finalizzato a obiettivi militari non dichiarati. Infatti, per alimentare le centrali nucleari destinate alla produzione di energia elettrica è sufficiente un arricchimento venti volte inferiore, pari al solo 3,7 per cento

Trump è stato smentito dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghci, il quale ha negato che i colloqui tra le due delegazioni siano diretti, come affermato dal presidente americano, bensì solo e rigorosamente indiretti, come avviene dal 1979: «l’Iran non accetterà nessuna forma di negoziazione, se non indiretta», ha detto. Un pessimo inizio.

Benjamin Netanyahu ha dovuto così accettare una notizia inaspettata, ribadendo che «l’Iran non può avere una bomba atomica». Mentre Trump parlava al suo fianco, Netanyahu guardava per terra, visibilmente contrariato. Il premier israeliano era andato a Washington perché sperava di ottenere un via libera americano a una potente azione militare israeliana per distruggere gli impianti nucleari iraniani e recuperare così consensi sul piano interno, in un Israele sempre più dilaniato dalle sue politiche.

L’Iran arriva ai colloqui in Oman con una condizione non negoziabile: escludere dal tavolo qualsiasi discussione sul proprio programma missilistico, sia tattico che strategico. Fu proprio questa clausola, accettata senza opposizione da Barack Obama nell’accordo sul nucleare del 2015, a rappresentare uno degli errori più gravi della sua politica estera.

Rinforzati dal reintegro nella comunità internazionale e dalla rimozione delle sanzioni, i Pasdaran hanno potuto espandere la loro influenza nel Medio Oriente, facendo leva sulla deterrenza missilistica. Da allora hanno consolidato l’Asse della Resistenza con Hamas, Hezbollah, gli Houthi yemeniti e le milizie Kataeb in Iraq, alimentando una strategia di aggressione che ha portato al pogrom del 7 ottobre contro Israele, ai lanci di missili dal Libano e dallo Yemen sempre su Israele, e al blocco navale nel Mar Rosso.

Per queste ragioni, appare impensabile un accordo – e il conseguente ritiro delle sanzioni – senza che l’Iran accetti severi limiti al proprio programma missilistico. Un’ipotesi che Teheran, però, continua a rifiutare persino di prendere in considerazione.

Non sarà solo il nodo dei missili a rendere difficili le trattative. All’interno del regime iraniano è ancora forte la componente oltranzista dei Pasdaran, sostenuta dalla Guida della Rivoluzione Ali Khamenei. Una fazione contraria a qualsiasi mediazione con gli Stati Uniti e quindi, di riflesso, con Israele. Ancora a febbraio l’ayatollah dichiarava che trattative sul nucleare con l’America «non sono né ragionevoli, né intelligenti, né onorevoli».

Ulteriore conferma di questa indisponibilità a trattare si è avuta il 3 marzo scorso, quando questa componente oltranzista è riuscita a imporre la clamorosa destituzione da vicepresidente di Javed Zafari, raffinato diplomatico, profondo conoscitore degli Stati Uniti, che aveva assunto quella carica proprio per condurre in prima persona la trattativa, dopo essere stato alla guida della delegazione che aveva concluso nel 2015 l’accordo siglato con Obama sul nucleare e sulla fine delle sanzioni.

A favore dell’ala trattativista del regime, capeggiata dal presidente Masoud Pezeshkian e minoritaria anche nel Majlis, il Parlamento iraniano, gioca solo la gravissima crisi economica in cui versa il Paese, al punto che la stessa distribuzione dell’energia elettrica è saltuaria. Porre fine alle sanzioni è la priorità della componente moderata del regime, che fatica sempre più a contenere un crescente malcontento popolare. Ma non è questo l’obiettivo dell’ala oltranzista, come dimostrano le minacce rivolte due giorni fa agli Stati Uniti e a Israele dal comandante dei Pasdaran, Hossein Salami: «Un grande potere è stato accumulato. Se il nemico vuole slegarci le mani per vedere la realtà del nostro potere, siamo pronti».

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