Di solito, il primo atto del golpe era l’occupazione immediata delle sedi televisive. Oggi, dopo avere salutato con entusiasmo l’avvento della comunicazione orizzontale dei social network, ci accorgiamo che il mondo virtuale è percorso da eserciti e poteri invisibili, anonimi, senza mostrine o bandiera. I social network sono canali molto più permeabili alle interferenze straniere e organizzazioni politiche, o altra natura, rispetto alla televisione nazionale.
Una televisione ha un direttore responsabile, standard editoriali, un’indicazione chiara di chi trasmette e perché. Se una rete straniera prova a influenzare il dibattito di un altro Paese, è visibile, tracciabile, e può essere contrastata. Ma se un paese straniero (o una centrale privata) compra diecimila bot e li istruisce per commentare, condividere fake news, infangare un candidato o promuovere una teoria, chi se ne accorge? Chi se ne accorge per tempo?
Ennio Flaiano o Pier Paolo Pasolini hanno avuto buon gioco a notare la distorsione del dibattito pubblico prodotto dalla TV. Per il suo aspetto verticistico era intuitivamente vista come il potere. Oggi, invece, non vediamo con chiarezza il potere di distorsione dei social network, perché noi stessi vi abbiamo un ruolo attivo: scriviamo, postiamo, selezioniamo le informazioni e i contatti. Ma proprio questo offre la possibilità ai bot ammaestrati e agli algoritmi di cercarsi i propri obiettivi, e lavorare su quelli. Peraltro gli eserciti anonimi non costano niente. I bot sono micidiali come i droni. Si può manipolare l’opinione pubblica con qualche migliaio di account falsi su X, video strategicamente posizionati su YouTube e inserzioni mirate su Facebook.
L’esperienza di Cambridge Analytica e la Brexit ci dice che è bastato l’equivalente del costo di un solo carro armato per pesare in modo significativo sulla politica del Regno Unito. È un investimento che, rispetto ai mezzi militari tradizionali, è quasi ridicolo – ma molto efficace. La battuta è irresistibile: il Regno Unito è stato conquistato con un solo carro armato. Naturalmente non così, è tutto sempre molto più complesso, ci mancherebbe. Però è anche tutto molto semplice, e attenzione a dire che c’è ben altro.
Andiamo al concreto. Che cosa può fare la democrazia per difendersi in un’epoca in cui qualsiasi organizzazione o stato può agire dietro avatar, nickname e profili generati in massa? Una risposta sarebbe intervenire con decisione sull’anonimato online, oggi tollerato in modo quasi mistico, come se fosse un diritto naturale intoccabile. È sorprendente quanto poco se ne parli.
È curioso che proprio i populisti, spesso ossessionati dalla difesa dei confini e dal pericolo dell’invasione dei migranti, non dicano una parola sulle vere porte spalancate all’esterno: i social network. Hanno paura di chi arriva con un gommone, ma nessun timore per chi entra con un IP da San Pietroburgo, città presa a caso naturalmente. Il disordine digitale, se sfruttato bene, è una straordinaria leva di potere.
Gli studi non mancano. Dicevamo di Brexit. Oggi sappiamo – e ci passiamo sopra con leggerezza – quanto siano state importanti le campagne oscure e opache, spesso riconducibili a entità esterne, con milioni di messaggi e contenuti falsi circolati senza controllo. Le elezioni presidenziali americane del 2016 hanno visto campagne di disinformazione sistematica dirette contro Hillary Clinton, orchestrate da operatori stranieri con account fittizi, pagine farlocche e meme virali. Si tratta di fatti documentati, studiati, esposti in commissioni parlamentari e rapporti di intelligence. Eppure, nessuna reazione reale. È tanto chiedere che dietro un account ci sia una persona vera?
Siamo a un punto paradossale: oggi le democrature amano le elezioni. Le vogliono. Credo sia lecito sospettare che sappiano di avere un vantaggio notevole in partenza. Chi minimizza non sta capendo il presente.
Il lavoro di Cambridge Analytica ha mostrato quanto la manipolazione possa essere semplice e banale: i social network ti consegnano su un piatto d’argento le persone più sensibili a un certo tema, e queste vengono bombardate con messaggi su misura. Niente propaganda di massa: propaganda di precisione.
Celebre il caso della cittadina gallese di Ebbw Vale dove il sessantadue per cento ha scelto il leave, nonostante fosse tra le aree che più avevano beneficiato dei fondi europei, con un miliardo e ottocento milioni di sterline. In città, l’Unione Europea aveva finanziato un centro tecnologico e un complesso educativo, entrambi visibili e moderni, ma ignorati nella percezione pubblica.
Non avevano mai visto un migrante, eppure sono stati tutti convinti da meme, video, fake news e bot, che ondate di turchi avrebbero preso residenza proprio da loro. Ora, un serio colpo a questo stato di cose può essere inferto regolando in modo chiaro e severo l’anonimato e il funzionamento degli algoritmi.
L’obiezione della tutela dei dissidenti è un alibi. È legittimo chiedersi perché un’intera architettura comunicativa è stata costruita sull’anonimato, quando i veri protagonisti del dissenso ci mettono sempre il nome, il volto e spesso la pelle. E, in ogni caso, niente impedisce che il nome reale possa restare invisibile, ma la vera identità essere verificata. L’anonimato non può più essere la regola generale: deve diventare l’eccezione, giustificata, regolata e garantita da autorità terze.
Chi partecipa al discorso pubblico – commenta articoli, pubblica video, posta opinioni – deve registrarsi con un documento, proprio come accade quando firmi una petizione o presenti un reclamo. Dietro il nickname, dev’esserci un essere umano tracciabile in caso di abuso. È una garanzia per tutti, non una censura.
I bot anonimi vanno semplicemente cancellati. Divieto assoluto di bot nella sfera pubblica. Anche dichiarati, restano strumenti automatici che simulano consenso. Se si alterano le presenze ai comizi, figuriamoci nella realtà virtuale, dove non esiste neppure il vincolo della fisicità. In democrazia, parlano le persone. Non gli script.
Serve poi trasparenza totale per ogni contenuto sponsorizzato o politicamente orientato. Se paghi per promuovere un messaggio, deve essere chiaro chi sei, quanto hai speso, qual è il tuo scopo. Come per la pubblicità elettorale nei giornali o in TV: tutto deve essere dichiarato e verificabile.
L’algoritmo è un’altra forma di anonimato. Chiunque abbia cliccato per errore o curiosità su un certo video, ad esempio di YouTube, sa bene cosa accade: si trova sommerso da contenuti simili per giorni. Se sei attento, riconosci il filo rosso. Altrimenti, vieni risucchiato in una bolla informativa, dove trovi sempre le stesse persone e gli stessi temi. Gli algoritmi non sono neutrali. Se Facebook o TikTok ti mostrano certi contenuti invece di altri, hai diritto di sapere il perché. E soprattutto, hai diritto a disattivare la personalizzazione e scegliere un flusso cronologico neutro, come accade quando sfogli un giornale.
Infine, occorre monitorare e rendere pubbliche le grandi ondate virali. Un post che raggiunge una certa soglia di visibilità dovrebbe entrare in un registro accessibile a tutti. Dobbiamo smettere di credere che tutto ciò che è virale sia spontaneo. Non è una novità. La democrazia si gioca non solo nelle urne, ma nella qualità del discorso pubblico. Ma da quando quel discorso è drogato, manipolato, alterato da presenze artificiali o irresponsabili, la democrazia ha già il golpe in corso, come si diceva una volta: strisciante.