Dal 10 al 21 novembre, la città brasiliana di Belém ospiterà la Cop30, la trentesima Conferenza delle parti firmatarie della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Unfccc). Negli ultimi mesi si sono spesso discusse le contraddizioni di un Brasile che cerca di conciliare sviluppo economico e protezione ambientale.
Da un lato, il Paese sta riducendo significativamente la deforestazione dell’Amazzonia dopo gli anni terribili di Jair Bolsonaro e sta aumentando enormemente la propria produzione di energie rinnovabili. Dall’altro, sta deforestando un pezzo di Amazzonia per costruire un’autostrada per la Conferenza sul clima ed espandendo ulteriormente l’estrazione di petrolio. Quello che ci interessa però indagare ora sono gli spazi per il dissenso ecologista nel Brasile democratico e progressista di Lula durante la Cop30.
Partiamo dal dire che le ultime tre Conferenze sul clima si sono tenute in Paesi estremamente autoritari: Egitto (Cop27 nel 2022), Emirati Arabi Uniti (Cop28 nel 2023) e Azerbaijan (Cop29 nel 2024). In questi Paesi si sono registrate alcune forme di partecipazione e contestazione all’interno del perimetro Onu dell’evento, ma nessuna grande mobilitazione all’esterno.
Per la società civile ambientalista e i popoli indigeni, Belém è finalmente l’opportunità di tornare a esercitare le loro voci anche all’esterno della conferenza, attraverso contro-vertici e proteste su larga scala come durante la Cop26 di Glasgow, in Scozia, nel 2021. Si tratta di fattori da non sottovalutare per quanto riguarda gli esiti dei negoziati. In particolar modo, Belém sarà l’occasione per dare continuità alle connessioni tra i movimenti per la giustizia climatica che si sono riuniti nell’Incontro globale per il clima e la vita di Oaxaca (Messico) nel 2024, cioè il contro-vertice parallelo alla Cop29 di Baku.
La Cop30 potrebbe essere il contesto ideale per denunciare con forza la tendenza globale verso la repressione e la criminalizzazione dell’attivismo ambientale, attuata da istituzioni dello Stato e attori non-statali come agenzie di sicurezza al servizio di imprese, organizzazioni criminali e gruppi paramilitari. Si tratta di una deriva preoccupante che unisce sia autocrazie, sia democrazie (pensiamo al Decreto Sicurezza in Italia), e che rischia di debilitare sempre di più attori fondamentali della transizione ecologica e della protezione ambientale come i movimenti ecologisti e i popoli indigeni.
A questo proposito, il Brasile non è esattamente un luogo sicuro. Al contrario, secondo Global witness, si tratta del secondo Paese al mondo più pericoloso per gli attivisti ambientali, dopo la Colombia. Jair Bolsonaro, presidente dal 2019 al 2023, ha avviato un’offensiva violenta contro attivisti e popoli indigeni, aprendo le porte allo sfruttamento senza vincoli dell’Amazzonia.
Così, mentre il numero di ambientalisti uccisi è aumentato dai venti del 2018 ai trentaquattro del 2022, l’Articulação dos Povos Indígenas do Brasil ha denunciato Bolsonaro davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità dovuti al trattamento dei popoli indigeni.
Con l’arrivo alla presidenza di Lula nel 2023, le istituzioni sono state rimesse in parte al servizio della protezione dell’Amazzonia e dei popoli indigeni. I tassi di deforestazione si sono ridotti notevolmente, come già detto, mentre gli ambientalisti uccisi sono calati a venticinque in nel 2023, rimanendo comunque al secondo posto a livello mondiale dopo la Colombia.
Tuttavia, la Comissão Pastoral da Terra (un organo della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile) ha registrato il 2023 come l’anno con maggiori conflitti nel campo (2.250); nel 2024 si è verificata una leggera inflessione (2.185), risultando comunque il secondo anno più conflittuale. Inoltre, per quanto gli omicidi siano in deciso calo (trentuno nel 2023 e tredici nel 2024), le minacce di morte, le denunce di intimidazione e i tentati omicidi registrati sarebbero tutti in aumento tra il 2023 e il 2024.
In sintesi, la protezione dei difensori ambientali brasiliani dalla violenza esercitata da gruppi criminali, latifondisti, imprese minerarie e dell’agri-business è ancora fortemente deficitaria, mentre la fazione latifondista nel Congresso (la cosiddetta bancada ruralista) continua ad avanzare proposte pericolose per i diritti dei popoli indigeni.
Siamo abituati a misurare le performance ambientali degli Stati tramite indicatori quali le emissioni di gas serra e il mix energetico, ma anche l’atteggiamento verso l’attivismo è altrettanto fondamentale. Nelle sue multiple contraddizioni, il Brasile di Lula ha la responsabilità di porre con forza il tema della protezione della società civile ambientalista e dei popoli indigeni all’interno della Cop30.
Un primo segnale incoraggiante sarebbe la ratifica immediata dell’accordo regionale di Escazú del 2018, il quale obbliga i governi a prevenire e indagare sugli attacchi ai difensori ambientali nonché a garantire un ambiente sicuro per le loro attività. In caso contrario, la credibilità del paese ospitante della Conferenza risulterebbe ulteriormente compromessa.