Highway to Belém Le aspettative sul presidente della Cop30 nel Brasile delle contraddizioni

La nomina di André Corrêa do Lago è stata accolta positivamente dalla società civile, ma l’esecutivo di Lula non sta mandando segnali positivi. Non solo per gli ettari di foreste distrutti per far spazio all’autostrada che collegherà la sede della conferenza al resto del Paese

AP Photo/LaPresse (ph. Rafiq Maqbool)

È il primo presidente in tre anni a non provenire dal settore dei combustibili fossili. Il quinto consecutivo di genere maschile. Il venticinquesimo uomo su trenta a ricoprire questo ruolo. André Corrêa do Lago guiderà la Cop 30 di Belém, il trentesimo vertice Onu sul clima che si terrà dal 10 al 21 novembre 2025 nell’Amazzonia brasiliana. 

La nomina di Corrêa do Lago è arrivata alla fine di gennaio, un giorno dopo l’inizio di un altro mandato presidenziale, quello di Donald Trump. Entrato alla Casa Bianca, il leader repubblicano ha firmato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, condizionando l’intero processo di decarbonizzazione globale, a cominciare dalla futura conferenza di Belém. 

Corrêa do Lago, però, conosce bene i negoziati per il clima e le relazioni internazionali e, per questo, nonostante la situazione geopolitica, le aspettative sul suo lavoro per Cop30 sono piuttosto alte. 

Nato nel 1959, un anno dopo la vittoria del Brasile alla Coppa del mondo che ha reso Pelè il più giovane marcatore della storia del torneo, Corrêa do Lago – come il connazionale – si dimostra subito promettente. Si laurea in Economia e poi in Scienze diplomatiche. Diventa ambasciatore del Brasile in India e poi in Giappone e dal 2001 – un’era fa, in termini di politiche climatiche – si occupa di sviluppo sostenibile. Nel 2023 e nel 2024 è stato capo negoziatore del Brasile a Cop28 e Cop29. Attualmente è segretario per il Clima, l’Energia e l’Ambiente presso il ministero degli Affari esteri brasiliano e, oltre a dedicare il tempo ai quattro figli, è anche un noto critico di architettura.

I presidenti di una Cop hanno un ruolo cruciale nel definire l’agenda delle conferenze e nel facilitare gli accordi tra Paesi. Il compito di Corrêa do Lago non sarà facile, soprattutto perché dovrà fare i conti con due pedine fondamentali nello scacchiere della diplomazia climatica: gli Stati Uniti del disimpegno ecologico trumpiano e l’Unione europea dell’impegno militare da (potenzialmente) ottocento miliardi di euro. Per motivi diversi, dunque, il “vecchio” e il “nuovo” continente difficilmente avranno l’interesse e le finanze necessarie affinché al termine della Cop30 si raggiunga un risultato soddisfacente.

«I negoziatori sul clima dovrebbero fare autocritica e affrontare la percezione esterna che i colloqui si siano protratti per oltre tre decenni con scarsi risultati», ha scritto, consapevole della situazione, Corrêa do Lago nella prima lettera ufficiale da presidente di Cop30, inviata all’inizio di marzo ai Paesi partecipanti. «Abbiamo bisogno di una nuova era che vada oltre i negoziati: dobbiamo contribuire a mettere in pratica ciò che abbiamo concordato». 

Tra le decisioni prese, siglate nell’accordo di Parigi, ogni Paese si è impegnato a elaborare una strategia nazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra, il contributo dello Stato alla decarbonizzazione: Ndc (Nationally determined contributions). Si tratta di piani da aggiornare periodicamente e da presentare alle Nazioni unite. L’ultima consegna era fissata a febbraio 2025, ma solo tredici su quasi duecento Stati, tra cui il Brasile, hanno rispettato la deadline.

Nella lettera, il presidente ha esortato i governi a elaborare Ndc ambiziosi e ha posto la questione su un livello etico: «La filosofa Hannah Arendt ha denunciato la banalità del male come l’accettazione di ciò che è inaccettabile. Oggi ci troviamo di fronte alla banalità dell’inazione. Non fare nulla è irresponsabile e inaccettabile». Corrêa do Lago ha invitato la comunità internazionale a unirsi al Brasile in un mutirão, un termine in lingua Tupi che indica una comunità che si coordina per un obiettivo comune, in questo caso per affrontare il cambiamento climatico.

La conferenza di Belém – come ha sottolineato il presidente nella lettera ufficiale – «sarà il primo vertice a svolgersi nell’epicentro della crisi climatica e il primo ospitato in Amazzonia, uno degli ecosistemi più vitali del pianeta, ora a rischio di raggiungere un punto di non ritorno». Foresta che, lo stesso governo brasiliano, fa fatica a preservare: in vista della Cop, diversi ettari – anche in aree protette per il loro valore ecologico – sono stati distrutti per far spazio alla costruzione di un’autostrada che collegherà Belém al resto del Paese.

Inoltre, sebbene diversi attivisti e attiviste brasiliani abbiano accolto positivamente la nomina di Corrêa do Lago – Claudio Angelo, dell’Ong Observatório do Clima, ha dichiarato che il presidente Luiz Inácio Lula da Silva «ha nominato la persona giusta» –, la società civile è consapevole che Corrêa do Lago avrà bisogno del pieno supporto del governo Lula per portare avanti l’agenda in un anno cruciale per la diplomazia climatica.

Finora, però, l’esecutivo di Lula non sta mandando segnali positivi, e non solo per gli alberi tagliati per costruire l’autostrada. Il Brasile è recentemente entrato nell’Opec+, il cartello allargato dei produttori di petrolio, segnale della contraddizione che vive il Paese tra l’ambizione di leadership climatica e il desiderio di sfruttare le riserve di idrocarburi. 

Nel 2024, il petrolio ha superato la soia come principale prodotto d’esportazione del Paese e il Brasile è ora il settimo produttore globale di greggio e non sembra voler smettere di estrarre, anche in Amazzonia. E così, diverse realtà della società civile stanno mettendo in dubbio le priorità del governo brasiliano.

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