Make do with nowSuperare la figura dell’architetto-autore nell’epoca della valorizzazione urbana

A tu per tu con Yuma Shinohara, curatore di una mostra – al Teatro dell’architettura Mendrisio – dedicata alla nuova generazione di architetti giapponesi che sta rinegoziando i confini di una professione

courtesy of Teatro dell’architettura Mendrisio

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Vi scrivo dal Trentino, che sta vivendo giorni particolarmente stimolanti, non solo grazie al Trento Film Festival in chiusura questa settimana (4 maggio).

Martedì 29 aprile sono stato alla presentazione della trentesima edizione di un appuntamento che, dal 27 agosto al 4 ottobre, porterà tanta bella musica – cantautorato, jazz, classica e molto altro – tra le vette selvagge e i boschi delle Dolomiti. Si chiama I suoni delle Dolomiti e no, non ha nulla a che vedere con i pacchianissimi e inquinantissimi dj set o concertoni ai piedi dei ghiacciai o in fondo alle piste da sci. 

L’obiettivo dell’evento è rendere la natura protagonista, non mera scenografia da fotografare per i caroselli su Instagram, mostrando che esistono modi alternativi, lenti e più ecologici di vivere la montagna ai tempi dell’emergenza climatica e dell’overtourism. Niccolò Fabi, durante la presentazione del festival, ha detto una cosa che mi ha colpito: «Ai concerti de I suoni delle Dolomiti si arriva tutti assieme camminando in montagna per due ore. È un tempo di avvicinamento perfetto, perché le persone – per mia esperienza – di solito non riescono a entrare immediatamente in connessione col linguaggio artistico. In questo festival, i concerti iniziano per tutti allo stesso momento. Il merito è di un iter emotivo condiviso». 

La mattinata di ieri è stata dedicata alla visita della mostra Ghiacciai del leggendario fotoreporter brasiliano Sebastião Salgado. L’evento si articola in due parti: al Mart di Rovereto, fino al 21 settembre, c’è il percorso espositivo vero e proprio, contraddistinto da cinquanta immagini dedicate agli impatti culturali e ambientali della fusione dei ghiacciai; al Muse di Trento, fino all’11 gennaio 2026, spicca un’installazione site-specific con le foto scattate da Salgado nella riserva di Kluane, in Canada. Ne parlerò prossimamente su questi canali. 

La newsletter di questa settimana comincia invece con una rara e stimolante chiacchierata con Yuma Shinohara, che ha curato la mostra Make do with now, in programma fino al 5 ottobre al Teatro dell’architettura Mendrisio, in Svizzera. L’esibizione è dedicata ai progetti della nuova generazione di architetti e urbanisti giapponesi del “post-Fukushima”, capaci di introdurre concetti che le città italiane faticano ancora a comprendere e assorbire: il nostro suolo è ormai saturo e impermeabile, e per reagire al cambiamento climatico dobbiamo valorizzare ciò che già abbiamo, costruendo il meno possibile.  

Le nuove leve dell’architettura giapponese operano sul patrimonio edilizio esistente, si focalizzano sulle periferie, usano materiali rigenerati e fanno il loro lavoro con meno risorse, allontanandosi dall’anacronistica idea dell’architetto-autore. Dimenticate quindi gli spazi minimalisti e le linee pulite della classica architettura giapponese: il paradigma della crescita costante, secondo Shinohara, è finito; le imperfezioni vanno accolte e l’adattamento al cambiamento climatico può esistere solo con uno sguardo etico e sociale, altrimenti è solo giardinaggio o greenwashing. 

Declino demografico, invecchiamento della popolazione, spopolamento delle aree interne: sono tre problemi che accomunano i nostri due Paesi, l’Italia e il Giappone. La vostra architettura, però, si sta mostrando decisamente più reattiva. In che modo?
«La sfida demografica che il Giappone sta affrontando – che colpisce in egual misura le aree rurali e urbane, sebbene in modi diversi – è certamente una delle principali questioni discusse nei circoli di architettura e pianificazione. Una popolazione in diminuzione di per sé non è un male, ma il fenomeno si sta rivelando molto rapido, con delle conseguenze importanti sulle infrastrutture sociali ed edilizie esistenti. In particolare, la popolazione in diminuzione sta accelerando la crisi delle case vuote, portando molti villaggi e quartieri a lottare con ampie porzioni di edifici abbandonati e danneggiati. I giovani architetti presenti nella mostra stanno trasformando questo problema in un’opportunità per sviluppare una forma diversa di pratica architettonica».

È una pratica architettonica che, in un certo senso, fa un passo indietro. Corretto?
«Oggi l’architettura in Giappone è sempre più concentrata sulla trasformazione degli edifici esistenti. Parlo, in particolare, di quegli edifici anonimi in legno, con le strutture in acciaio o in cemento, che in un’epoca precedente sarebbero stati i candidati ideali per il modello “demolisci e ricostruisci”. Le trasformazioni di questi edifici stanno dando origine a nuove forme di espressione architettonica».

La direzione è quella degli edifici polifunzionali?
«Nel contesto di una popolazione che invecchia, per farti un esempio, le strutture di assistenza stanno diventando sempre più importanti. Progetti presenti nella mostra – come quelli di Chie Konno, Teco o Tomito Architecture – stanno aprendo nuove strade per integrare le strutture di assistenza con altre funzioni e infrastrutture sociali, creando così un nuovo polo per le comunità. Lo sviluppo di questi complessi multifunzionali orientati alla comunità è un’area di studi interessante da approfondire in futuro. In Giappone, poi, il tema del declino delle città è molto attuale: nel lungo periodo è la politica che deve invertire la tendenza, ma nel breve-medio termine l’architettura può dare un contributo fondamentale, tramite ad esempio l’inserimento chirurgico di singoli interventi che aiutino a riparare o rinforzare strutture di quartiere danneggiate».

La crisi climatica è qui, e impone una nuova visione dell’edilizia. Ad esempio, dobbiamo smettere di consumare suolo e soffocarlo con il cemento. Ma nelle grandi città la domanda di alloggi continua a crescere, creando una sorta di corto circuito. Come si fa a riportare in vita le case vuote (a Milano sono circa 109mila, a Roma circa 162mila)? E come dovrebbero essere coinvolti gli architetti in questi processi?
«Sinceramente non conosco benissimo la situazione in Italia. In Giappone, invece, non c’è molto che si possa fare se il proprietario di una casa vuota non è disposto a utilizzarla. Bisogna quindi introdurre degli incentivi – o eliminare dei disincentivi – per spingere i proprietari a sfruttare il proprio immobile e rinnovare il patrimonio edilizio».  

Per esempio?
«Riforme fiscali, sussidi o codici edilizi semplificati per la ristrutturazione (a Milano non è andata benissimo… ndr). A un livello base, gli architetti possono essere coinvolti in questi processi dimostrando – attraverso i loro progetti – il potenziale nascosto di edifici vuoti o sottoutilizzati, oppure creando sistemi per consentire ai proprietari di avviare facilmente opere di manutenzione o migliorie a basso impatto ambientale, così da aumentare l’attrattività e la sostenibilità delle loro case. La Mokuchin Recipe dello studio di architettura CHAr, presentato nella mostra, è un buon esempio di questo». 

La Mokuchin Recipe permette di fornire soluzioni economiche, semplici e fai-da-te per riqualificare gli spazi comuni usando principalmente il legno. Si fonda sulla creazione di vere e proprie “ricette di design”, ossia guide pratiche che permettano alle persone comuni di capire come intervenire per migliorare gli spazi. L’obiettivo è triplice: rafforzare il senso di comunità, risparmiare e creare luoghi più adatti alle persone, e non alle auto, ndr. 

Il verde urbano dovrebbe essere al centro della pianificazione urbana, ma le nostre città sono il diretto risultato della motorizzazione di massa: si sono adattate all’auto, non viceversa.  Quali sono le strategie chiave per invertire la tendenza fin dalle fasi di pianificazione?
«Per fortuna esistono ormai numerose strategie per adattare le nostre città al cambiamento climatico. È sicuramente necessaria una pianificazione migliore e ponderata che tenga conto – a prescindere da tutto – di un determinato numero di spazi verdi. Ma è necessaria anche una visione urbana che punti a “ridensificare” un’area già edificata al posto di occupare sempre più spazi nel nome della crescita. I singoli edifici possono svolgere un ruolo decisivo nella pianificazione degli spazi verdi pubblici o semi-pubblici, ad esempio sotto forma di terrazze comunitarie sui tetti dei palazzi. La reinterpretazione creativa di spazi già esistenti in città è cruciale». 

Restando sul tema della natura in città, c’è qualche progetto o idea che ritieni particolarmente interessante? 
«Pulire e rendere accessibili i corsi d’acqua urbani, che possono diventare spazi ricreativi centrali per una città. Ne abbiamo parlato nel 2019 nella mostra Swim City al museo S AM di Basilea, che – tra le altre cose – è una città molto virtuosa nell’inverdimento dei tetti inutilizzati. Ne hanno parlato diversi giornali internazionali. A Zurigo, invece, ci sono state accese discussioni intorno ai cortili privati: alcuni partiti politici hanno proposto di rendere pubblici questi spazi verdi, così da compensare la carenza di aree naturali in città». 

In Italia, la pandemia ha dato una spinta incoraggiante – ma ancora insufficiente – alla mobilità attiva. In Giappone cosa è successo? Come si sta evolvendo la mobilità urbana? 
«In Giappone il concetto di mobilità non è cambiato così radicalmente durante il Covid: probabilmente è una tendenza opposta rispetto a molti contesti occidentali. Le città giapponesi sono policentriche ormai da decenni, anche perché i trasporti pubblici funzionano. La maggior parte delle persone usa i mezzi per i tragitti più lunghi, mentre per quelli più brevi va a piedi o in bicicletta. I quartieri sono progettati per valorizzare questo tipo di mobilità. È una tendenza che ha radici solide e quindi non si è sviluppata negli ultimi anni. Un cambiamento importante, però, c’è stato».

Quale?
«Molti giovani stanno iniziando a usufruire dei programmi di lavoro a distanza per spostarsi dalle città verso le periferie o le campagne. È un trend che sta facendo nascere interessanti iniziative culturali e sociali in questi territori trascurati e ritenuti fuori moda».

Qual è il filo conduttore che unisce i progetti esposti nella mostra Make do with now?
«Il tema centrale è la creatività che, inaspettatamente, si manifesta proprio nei momenti in cui gli architetti e i designer sono in difficoltà, tra commissioni in diminuzione, budget ridotti e poco supporto a livello politico. Con Make do with now voglio dimostrare che arrangiarsi non significa rinunciare a qualcosa. Gli studi di architettura odierni si fondano su modelli di business basati sulle nuove costruzioni. I suddetti modelli sono però in crisi, e le nuove generazioni di architetti stanno sperimentando nuove strategie per fare questo lavoro: approfondire il loro impegno sociale, avviare progetti individuali al posto di aspettare le commissioni esterne e assumere nuovi ruoli nei processi di costruzione, partecipando attivamente alla realizzazione di un edificio».

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