Salsa unghereseSe vincerà Simion, la Romania potrebbe seguire la traiettoria illiberale di Orbán

Il candidato populista è il favorito per la vittoria al ballottaggio del 18 maggio. In gioco non c’è solo la presidenza romena, ma l’orientamento strategico di un Paese

LaPresse

Domenica 18 maggio diciotto milioni di elettori torneranno alle urne in Romania per il secondo turno delle elezioni presidenziali, edizione 2025. A sfidarsi sono due personaggi molto diversi, entrambi espressione del voto anti-sistema che, sia lo scorso novembre che al primo turno, ha castigato i candidati dei partiti di governo. Il liberale Nicușor Dan, arrivato secondo con il ventuno per cento dietro l’ultranazionalista George Simion (quarantuno per cento), è espressione della Romania europea, la «Romania onesta» (suo slogan di campagna), che vuole restare saldamente nell’Ue e nella Nato, partecipare al programma comune per il riarmo europeo e fare la sua parte per la difesa comune, sostenendo l’Ucraina in modo incondizionato nel conflitto con la Russia. Una Romania che sa bene che il suo destino dipende da quello del vicino orientale.

Difficile la rimonta per Dan, due milioni di voti da conquistare sono impresa ardua ma non impossibile, stando all’ultimo sondaggio Curs che lo dà vincente con il cinquantadue per cento contro il quarantotto per cento di Simion. A sostenere ufficialmente Dan ci sono tutte le forze europeiste tranne il Partito socialdemocratico, che ha deciso di non dare indicazioni ufficiali, e Victor Ponta, i cui elettori domenica si divideranno a metà nelle preferenze.

La scelta del Psd penalizza Dan, e per molti suggerisce una potenziale alleanza di governo insieme ad Aur, il partito di Simion, dopo il ballottaggio, quando il presidente eletto dovrà nominare un nuovo premier. Sì, perché la coalizione europeista è venuta meno all’indomani del primo turno e il premier Marcel Ciolacu si è dimesso; a lui è subentrato ad interim il vicepremier Cătălin Predoiu (Pnl). Un premier e un presidente ad interim (Bolojan) vuol dire un paese in crisi politica, che tra i due turni ha potere decisionale limitato. Ma la crisi è cominciata non appena l’Autorità Elettorale ha cominciato a dare in testa George Simion, che con la sua agenda sovranista e euroscettica ha generato incertezza nei mercati finanziari, e spaventato gli investitori. 

In poco tempo il tasso di cambio tra euro e Ron ha superato i cinque punti (dal 2023 la media era sempre stata sotto i cinque). A preoccupare è un presidente che, se eletto, intenderebbe nominare Călin Georgescu, escluso dalle elezioni, alla carica di premier, nonché indire un referendum che revochi la decisione di annullamento della Corte Costituzionale, per ripetere le precedenti.

Vero è che i propositi e le promesse di Simion cambiano da un giorno all’altro. In campagna elettorale ha promesso case a trentacinquemila euro, ma era solo «una strategia di marketing per bucare la bolla informatica», ha ammesso poi. Oggi invece propone di nazionalizzare le case «abbandonate» dai romeni espatriati e di darle ai bisognosi per un euro, senza chiarire dove troverà i fondi per farlo. Proposte populiste sconfessate da Nicușor Dan, matematico con un dottorato alla Sorbona, durante l’unico dibattito al quale Simion ha preso parte nella campagna per il ballottaggio, su Euronews Romania, che ha messo a nudo le differenze tra i due.

Simion – che di recente ha levigato le sue posizioni euroscettiche per piacere agli elettori indecisi e alla stampa estera («il mio è eurorealismo») – prevede di votare in sede Ue «solo nell’interesse della Romania», per la quale propone la «neutralità nel conflitto in Ucraina». Rigetta progetti di difesa comune («per difenderci c’è la Nato») e l’unione politica europea. L’Ue, dice, esiste solo in quanto mercato unico. Dare sostegno finanziario agli ucraini per lui è togliere denaro ai poveri in Romania. 

Da anni Simion mette in dubbio i confini territoriali del vicino orientale, ancora oggi lamenta un’inesistente discriminazione della minoranza romena da parte di Kyjiv. Tutto per accendere gli animi e portare avanti un’agenda filorussa, innestandosi sullo scontento per l’esclusione di Georgescu che gli ha permesso di emergere. Il suo intento incendiario è teso a destabilizzare i rapporti della Romania con i partner europei.

Negli ultimi giorni, invece di prendere parte ai confronti con Dan sulle emittenti nazionali, è partito per una tournée europea che lo ha portato prima in Polonia a sostenere il candidato sovranista Karol Nawrocki (PiS, Diritto e Giustizia) in lizza per le presidenziali che si svolgeranno sempre domenica. E sul sito wPolityce.pl, l’ex Mep Ryszard Czarniecki assicura pieno sostegno a Simion, «uno dei politici più filo-polacchi d’Europa». 

In Italia, dove la maggior parte dei romeni ha votato per lui (settantaquattro per cento), l’esponente di Aur ha incontrato Giorgia Meloni, che ammira e di cui afferma di sposare in toto la visione politica, che include il concetto di una Ue come confederazione di nazioni. Dimentica che la premier italiana non ha posizioni ambigue né sulla Russia né sul sostegno all’Ucraina. Non si può dire altrettanto di Simion, che la sera del primo turno non era alla sede del partito a Bucarest per festeggiare il primo posto, ma a Vienna («per registrare materiale elettorale»), dagli anni Cinquanta noto hub europeo dello spionaggio russo. 

Da lì, un viaggio dopo l’altro, l’ultimo in Francia dove, in una trasmissione dell’emittente di estrema destra CNews, ha accusato Macron di avere «tendenze dittatoriali» e i francesi di aver «perso il rapporto con Dio» e di «mutilare i propri figli con operazioni per cambiarne il sesso». Dà lezioni, Simion, guarda caso a un leader che due giorni fa ha confermato che sono in corso discussioni sull’estensione della deterrenza nucleare francese ad altri paesi europei. 

A placare gli animi ha provveduto oggi Nicușor Dan, con un messaggio ai francesi: «Quelle parole non corrispondono alle convinzioni del popolo romeno. Se sarò presidente, chiederò scusa». Uomo del fare, con risultati tangibili ottenuti nei due mandati da sindaco, Dan punta non a isolare la Romania, ma a una cooperazione aumentata con gli altri stati membri Ue a più livelli, non da ultimo la cybersecurity per combattere la guerra ibrida con la Russia.

Se il candidato liberale ha un ottimo rapporto con la stampa, George Simion accusa regolarmente i media, anche quelli indipendenti, di essere di parte e ricevere denaro dai partiti. L’apice è stato toccato di recente, quando alcuni giornalisti di Digi24 sono stati filmati di nascosto durante un incontro con Simion, il quale li accusa di invitarlo a un dibattito elettorale per umiliarlo. Il video è stato poi pubblicato da lui stesso. «Cosa devo fare con voi?», scrive sul suo blog.

La violenza verbale, nelle sue varie sfumature, Simion l’ha imparata negli stadi, dove capeggiava tifoserie e militava per l’unione tra Romania e Moldova, non senza incidenti. Secondo il sito d’inchiesta Reporter Iași, nel 2015-2016, con la sua piattaforma Azione 2012 provocò disordini tanto a Bucarest, quanto a Chișinău, dove si fece utilizzare dall’oligarca Plahotniuc per screditare le proteste dell’opposizione democratica di Adrian Năstase. 

Quest’ultima manifestava contro il governo e il presidente Nicolae Timofti, che aveva rifiutato di nominare premier lo stesso Plahotniuc. Inoltre, durante una partita tra Russia e Moldova, il gruppo di Simion scandì slogan antirussi in presenza dell’ambasciatore di Mosca. Questo evento contribuì a rendere vani i negoziati moldo-russi per il ritiro della quattordicesima Armata russa dalla Transnistria.

Se Simion verrà eletto, la Romania potrebbe diventare con il suo isolazionismo un paese destabilizzatore al pari dell’Ungheria. Secondo Politico, «ha un peso geostrategico maggiore di Ungheria o Slovacchia», essendo al momento un alleato affidabile nella Ue e nella Nato. «Simion non è Meloni», ha affermato Manfred Weber, capogruppo dei popolari al Parlamento europeo. 

Dal canto suo Viktor Orbán ha relazioni migliori con Kelemen Hunor, leader del partito della minoranza ungherese in Romania (Udmr). Al tentativo di Simion di accattivarsi il voto magiaro, Hunor ha opposto un categorico no, mentre il premier di Budapest ha assicurato di non voler interferire con il processo elettorale, pur condividendo con il sovranista romeno l’idea di un’Europa cristiana. Una magra figura, se pensiamo che in passato Simion era noto per le posizioni molto polemiche nei confronti degli ungheresi, accusati di volere troppa autonomia territoriale.

La Romania non è sola. A suo sostegno, tutte le famiglie politiche europeiste dell’arco parlamentare europeo, inclusi i socialdemocratici che incoraggiano il loro partito membro (Psd) ad appoggiare Nicușor Dan. C’è anche il sostegno, necessario, di sette ex ambasciatori Usa in Romania tra il 1994 e il 2021, che in una lettera pubblicata da G4media, denunciano il pericolo concreto per il paese ora che «la Russia è di nuovo in posizione offensiva».

«Difendete il vostro paese come fece Duckadam a Siviglia», augura ai romeni nella loro lingua il premier polacco Donald Tusk, riferendosi allo storico exploit del portiere della Steaua che nel 1986 parò quattro rigori su quattro al Barcellona. Fu la prima squadra dell’ex blocco orientale a vincere la Coppa dei Campioni. Ci auguriamo che domenica Bucarest di Duckadam ne trovi un altro.

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