Come eravamoI ricordi di Barbra Streisand, e altre verità che gli uomini non capiranno mai

L’attrice dice al New Yorker che non è certa di essere stata a letto con Warren Beatty. Ma non è un problema di memoria, è che la vita, quando sei Streisand o Beatty, si vive facendo tre cose insieme: entrare nella storia del cinema, scoparseli tutti, e dimenticarsene subito dopo

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Ci sono opere in cui sei tutti i personaggi in scena, di solito accade coi romanzi o coi film, e invece questa settimana accade con un’intervista che il direttore del New Yorker, David Remnick, fa a Barbra Streisand.

Parlano delle cose di cui parliamo noi vecchi – il mal di schiena, il giardinaggio – ma soprattutto parlano di memoria. Due anni fa, Streisand ha pubblicato quasi mille pagine d’autobiografia, che io non ho letto ma Remnick sì, e quindi le chiede di quella volta che Marlon Brando le ha detto «Vorrei scoparti», e lei è inorridita. Remnick dice che beh, certo, una cosa così non puoi dimenticarla. Uh, David: lascia che ti parli della vita sessuale delle donne.

Non esiste un’economia più illogica di quella della disponibilità sessuale (tranne forse quella delle borse di lusso con lista d’attesa). Le femmine hanno, sin dagli anni di scuola, l’intero parco maschile a loro disposizione; non altrettanto viceversa. Epperò è ai maschi, che vivono nell’economia della scarsità, che interessa tantissimo la copula. Per le femmine in genere il criterio è: faccio prima a dargliela che a discutere.

Quand’ero piccola, e non avevamo ancora inventato la categoria della “fake news” ma già bastava che qualcosa suonasse bene perché ci credessimo, girava una frase di Barbra Streisand che faceva così: per scoparsi Robert Redford basta dirgli che è colto. Non so se l’abbia mai detta davvero (Remnick non gliene chiede conto), e all’epoca Redford era un mio santino (ci sono opere che consideri sacre quando sei una ragazza e che dopo i trentacinque, ammesso che nel frattempo ti sia cresciuto un cervello, ti danno il voltastomaco: “Come eravamo” sta saldo in cima a quella lista, assieme a “Piccole donne”).

Nonostante stesse dicendo una cattiveria, la frase attribuita a Streisand a proposito del mio santino mi divertiva moltissimo, perché spiegava una cosa che le donne sanno e gli uomini faticano tantissimo a capire: Jack Nicholson in “Conoscenza carnale” aveva torto, e la bellezza non conta niente. Puoi essere una nasona, e potrai comunque rigirarti il bello della scuola come ti pare. (Adesso arrivano quelli che dicono che «nasona» è antisemita: io con la stupidità umana certi giorni non ce la faccio).

Quindi, nella conversazione del New Yorker, tu lettore sei Barbra, che proprio non si ricorda e dice che meno male che in certi periodi ha tenuto dei diari altrimenti l’autobiografia come la scriveva; e sei David, che dice: ma figurati se ci credo. Perché in effetti la vita di una come Barbra Streisand è costellata di incontri ed episodi che noialtri con vite ordinarie pensiamo diamine, io questo me lo ricorderei in dettaglio.

Tra le cose che ai Remnick del mondo sembra impossibile le Streisand del mondo non ricordino, c’è il dettaglio che tutti i giornali del mondo hanno ripreso. (A un certo punto della conversazione, Remnick dice «Let’s make some news», facciamo uscire una notizia, facciamoci riprendere dalle agenzie, finiamo su tutte le home di tutti i siti, e stanno parlando dell’ipotesi che lei faccia o meno “Gypsy” a teatro, ed è lì che capisci che il New Yorker è come noi: un cascame del Novecento, illuso che i giornali riprenderanno una notizia su Broadway e non il fatto che poco prima Barbra Streisand abbia usato la parola «penetrazione»).

È andata così: Remnick dice che per lui «il rigo migliore del libro è quando dice che non si ricorda se sia andata a letto con Warren Beatty. Non credo che nessuno abbia mai scritto un rigo del genere nella storia del sesso, nella storia di Hollywood, nella storia di niente»; e Barbra Streisand risponde: «So che abbiamo dormito nello stesso letto, ma non riesco a ricordarmi se ci sia stata penetrazione. Giuro su Dio, non me lo ricordo. Ci sono cose che rimuovo». (Lo so che vi viene in mente quella scena di “Come eravamo” in cui scopano senza che Redford se ne accorga perché si sta addormentando, lo so che pensate che la vita imita il cinema).

Poco dopo Remnick le dice che scommette che Beatty se lo ricorda, e lei risponde: «Ma so che siamo ancora amici. Ogni anno mi chiama per il mio compleanno e facciamo una bellissima chiacchierata sulle nostre vite e i nostri figli. Siamo ancora amici. L’ho incontrato che avevo quindici anni e credo lui ne avesse ventuno».

Remnick non insiste, perché non è scemo e secondo me a quel punto si è reso conto che Warren Beatty è una donna. Lo è perché gli uomini belli sono donne: gente che figurati se a ottantun anni si ricorda chi si è scopata a ventuno (a ottantun anni, ma pure ai miei cinquantatré, vale anche per quelli che non hanno una carriera di sex symbol universali: figurati se sappiamo più distinguere tra cos’è successo davvero e cosa abbiamo solo desiderato).

Se il coso di Beatty sia stato o no infilato nella cosa della Streisand è affare che interessa assai più noi che loro due. Che comunque non sarebbero in grado di ricordarsene.

L’altra sera, a una cena, c’era un tizio che nessuno sapeva chi fosse. Cioè, immagino non fosse un imbucato e quindi qualcuno lo conoscesse e l’avesse invitato, ma nessuno di quelli cui chiedevo aveva idea di chi fosse, e aveva un’aria familiare. A un certo punto m’è venuto il tragico sospetto che ti può venire se, a un certo punto della tua vita, sei stata una giovane donna: oddio, non me lo sarò mica scopato?

Poiché non ho mai appreso l’arte del ritegno, ho espresso il sospetto ai miei vicini di tavolo, aggiungendo anche la precisazione che formulo sempre in questi casi, qualcosa come: negli anni in cui la davo anche a chi non la voleva. Al tavolo c’era uno degli uomini più simpatici d’Italia, che mi ha detto una frase che più invecchio e più spesso mi sento dire, e sempre dal tizio più simpatico che c’è a portata d’orecchio mentre parlo della mia immorale giovinezza. La frase è: a tutti tranne che a me.

Cosa ci dice, dei miei vent’anni, il fatto che trent’anni dopo tutti gli uomini potabili mi dicano che la davo a tutti gli altri? Certo: che a vent’anni si è stupidi davvero, direbbe Guccini. Certo: che ho sempre avuto dei gusti di merda in fatto di uomini, direbbero le mie amiche. Ma anche, soprattutto, che la memoria non è mica affidabile, che ogni passato è stato un presente in cui chissà cos’è successo, chissà se ce ne ricordiamo, chissà quanto è rimosso e quanto revisionismo autobiografico. Mica serve vivere a Hollywood, per non ricordarsi niente.

Quest’anno compie cinquant’anni “Shampoo”, film grandiosamente sottovalutato, ma soprattutto il film in cui il parrucchiere interpretato da Warren Beatty diceva che sì, non aveva fatto una gran carriera, ma non ci si era concentrato, perché la sua attenzione era volta a quell’illusione di immortalità che era scoparsele tutte.

Nel film andava così perché Warren Beatty interpretava un uomo. Sappiamo che è una donna, quanto lo è Barbra Streisand, perché è stato – come lo sono le donne – capace di fare tre cose alla volta: restare nella storia del cinema, scoparseli tutti, dimenticarsene un secondo o un secolo dopo.

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