
La sinistra americana radicale, radicalissima, ha un nuovo eroe, Zohran Mamdani, trentatreenne simpatico, credibile, autentico, eccellente oratore, ex rapper, uno di quei politici che fanno sognare, alla Obama. Molto efficace sui social ma anche nella tradizionale campagna militante del porta-a-porta, sempre circondato da star della televisione e dello spettacolo, Mamdani vanta una biografia che sembra una caricatura del radical chic, con papà ugandese professore universitario di studi postcoloniali e mamma indiana, Mira Nair, vincitrice di Leone d’Oro 2001 a Venezia con Monsoon Wedding, e regista di vari film, tra cui “11/09/01”, “Il fondamentalista riluttante”, “New York, I love you”, “Il destino nel nome”, su cui tutti possono costruire una narrazione a piacere quando parlano del giovane Zorhan.
Alle primarie per scegliere il candidato dei Democratici alla carica di sindaco di New York, Mamdani ha sconfitto Andrew Cuomo, ex governatore liberal di New York, tra i più di sinistra dello Stato, e figlio del leggendario Mario Cuomo che nel 1991, l’anno di nascita di Mamdani, la sinistra radicale americana sperava si candidasse a presidente degli Stati Uniti. Cuomo senior alla fine decise di non scendere in campo, lasciando spazio a Bill Clinton che fu eletto a sorpresa alla Casa Bianca e poi scelse Cuomo junior come ministro dell’edilizia popolare.
Questa volta a Cuomo, costretto nel 2021 a dimettersi anzitempo da governatore per uno scandalo di molestie sessuali, non è bastato il sostegno dei grandi vecchi del Partito democratico, a cominciare da Clinton, e dei sindacati dei lavoratori, così come non è servito l’impegno di Mike Bloomberg e quello di uno dei grandi finanziatori di Donald Trump, l’imprenditore Bill Ackman.
Mamdani è socialista, che nel gergo politico americano equivale a dire comunista. Le sue posizioni sono così radicali, e per molti detrattori anche antisemite, da far passare la sua sponsor politica Alexandria Ocasio-Cortez come una moderata di Maurizio Lupi. Vuole tassare i ricchi, rendere gratuiti gli autobus, istituire dei supermercati pubblici, nel senso di proprietà e gestione pubblica, vuole utilizzare gli spazi in disuso della metropolitana per accogliere i senza tetto, vuole regolamentare gli affitti, raddoppiare il salario minimo. Mamdani simpatizza con l’idea di globalizzare l’Intifada, vuole tagliare i fondi alla polizia, e ovviamente critica Israele e non gli piace che si definisca stato ebraico, tutto questa nella città con più ebrei al mondo dopo Tel Aviv.
A ottobre era un nessuno, un oscuro deputato locale, valutato allo zero per cento dai sondaggi. Quando qualche settimana fa è cominciata la sua inarrestabile ascesa, il New York Times, che è la Bibbia liberal della città e del mondo, ha scritto un lungo editoriale per dire che uno come lui dovrebbe stare molto lontano dalle stanze del potere di City Hall, il Comune di New York, perché le sue idee porterebbero la città al collasso. Ieri, alla notizia del sorpasso su Cuomo, il Wall Street Journal ha scritto che la capitale del capitalismo ora potrebbe essere guidata da un socialista, e per questo la comunità finanziaria di Wall Street è nel panico. L’Economist si è chiesto se sia sensato affidare una città complessa come New York, e con un budget da 116 miliardi dollari, a un tizio molto bravo su TikTok. Il New York Magazine, giornale a lui vicino, ha scritto che «l’élite di potere della città, gli immobiliaristi e i finanzieri, sono terrorizzati da Mamdani, e stanno già cercando qualcuno che possa fermare la sua ascesa» in vista delle elezioni generali di novembre. Una deputata democratica di New York, Laura Gillen, ha preso subito le distanze da Mamdami, dicendo che è un personaggio «troppo estremo per guidare New York», e «una scelta sbagliata per la città».
Eppure, nonostante le sue idee siano irrealizzabili ancor prima che radicali, il messaggio di Mamdani risulta anche molto ragionevole per chi vive a New York e non è plurimilionario: che senso ha dire che questa è la città migliore del mondo, ha ripetuto in ogni intervento Mamdani, se poi una persona normale non si può permettere di viverci.
Mamdani non ha ancora vinto le elezioni, in verità non ha nemmeno formalmente vinto le primarie, bisognerà aspettare il primo luglio per completare il complicato conteggio previsto dal sistema di ranking preferenziale scelto dai Democratici, ma è improbabile che non sarà lui il candidato di un partito che, alle elezioni presidenziali dello scorso anno, ha ottenuto il 70 per cento dei voti per la sua candidata Kamala Harris (contro il 30 di Donald Trump).
Andrew Cuomo, prima della batosta di martedì, diceva che se avesse perso le primarie democratiche si sarebbe candidato da indipendente, anche se adesso, dopo una performance così disastrosa, sembra molto più cauto. L’attuale sindaco democratico Eric Adams, la cui amministrazione è stata piegata da inefficienza e scandali, dovrebbe anche lui candidarsi da indipendente, mentre i repubblicani schiereranno Curtis Sliwap, uno che gira col basco rosso da Guardian Angel, organizzazione militante di cui è presidente. Nessuno di loro ha reali chance di vittoria, ma i giornali segnalano che c’è già chi comincia a valutare positivamente le alternative pur di evitare Mamdani.
L’ascesa di Mamdani e del suo radicalismo socialista ha un significato politico che va ben oltre la possibilità di guidare una città importante come New York, che peraltro è stata già governata per otto anni da un sindaco socialista, Bill De Blasio, unanimemente ricordato, a cominciare dal New York Times, come uno dei peggiori sindaci della storia recente.
La corsa di Mamdani sarà certamente l’occasione per Ocasio-Cortez di saggiare le sue possibilità di candidarsi a presidente degli Stati Uniti nel 2028 con una piattaforma apertamente di sinistra, o in alternativa di sfidare il paludato capo dei senatori democratici Chuck Schumer alle primarie dello stesso anno. Donald Trump e i trumpiani gongolano, perché sanno che buona parte dei successi elettorali del famigerato mondo Maga nascono proprio dalla loro capacità malefica di definire i leader democratici, a torto o a ragione, come dei pericolosi estremisti di sinistra.