Davanti alla gravissima crisi internazionale in atto è ovvio che la politica italiana di per sé possa fare poco. È probabilissimo che fallisca il G7 di Kananaskis, figuriamoci, che peso possono avere Montecitorio e Palazzo Madama. Quanto a iniziative concrete, nessuno si aspetta niente di particolare dal governo, se non la messa in sicurezza dei cittadini italiani, e ancora meno dalle opposizioni. Tuttavia è importante guardare al posizionamento del primo e delle seconde. Quella che sta emergendo è una doppia ambiguità.
Il governo, cui pure va dato atto di essersi mosso ad ampio raggio sul terreno politico-diplomatico, ha espresso una posizione in negativo, dicendo che l’Iran non può avere la bomba nucleare, ma senza minimamente indicare una strada percorribile per la de-escalation. Il problema di Giorgia Meloni si conferma essere quello di una inesistente capacità di movimento perché – detta rozzamente – lei aspetta sempre di vedere cosa vuole Donald Trump, e siccome nemmeno lui capisce sé stesso, ecco che lei si lega le mani da sola e alla fine combina poco. Questa è la ragione dell’ambiguità di fondo della politica estera del governo, appena mascherata dal buon senso del ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Poi c’è l’ambiguità delle opposizioni. In particolare della sinistra italiana (i centristi appaiono come distratti sul tema). Va rilevato che ancora una volta, come già sul Piano di riarmo europeo, anche sul conflitto Israele-Iran il tripartito Pd-M5s-Avs non ha la stessa posizione delle grandi democrazie europee: Francia, Germania, Gran Bretagna. E bisognerebbe chiedersi come mai la sinistra italiana finisca sempre per essere distante dai partiti democratici europei, compreso il Regno Unito.
È noto l’acuto antisionismo del Movimento 5 stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra, drogato dall’opposizione a Benjamin Netanyahu, e nessuno si aspetta che Giuseppe Conte e Angelo Bonelli comprendano il quadro psicologico e politico in cui è maturata la drammatica scelta di Israele di scatenare la guerra; la verità è che il tema con cui non si fanno i conti è che Netanyahu vuole eliminare una volta per sempre la costante minaccia all’esistenza di Israele, e che in questo ha il sostegno di una parte non piccola della società israeliana.
Nicola Fratoianni ha annunciato la partecipazione di Avs alla manifestazione contro il riarmo del 21 giugno, di chiaro segno non diciamo apertamente pro-pasdaran, ma certo estremista, antieuropeo e antisionista. Fratoianni è uomo d’onore, il suo partito esprimerà ministri se la sinistra dovesse vincere le elezioni: ma che ne pensa il Pd della linea di Avs (dando per scontato che i dem staranno alla larga da questo corteo)?
Infatti il problema è la non scelta (un’espressione meno urticante di ambiguità ma sempre lì stiamo) di Elly Schlein, una sorta di né con Teheran né con Israele, secondo il solito ritornello “l’Italia ripudia la guerra”: ma cosa c’entra questo? La posizione del Nazareno consiste nel non prendere una posizione chiara, cosa che in questi casi è sempre molto difficile, ma che è richiesto a una forza che si candida a governare il Paese.
Sarebbe dunque auspicabile che questa doppia ambiguità, di governo e opposizioni, nei prossimi giorni venga dissolta, anche per cercare una forma di convergenza nazionale che in momenti come questi è più che auspicabile. Invece è più probabile che prevarrà da ambo le parti la propaganda – ennesimo e inequivocabile segno della morte della politica.