Dictator in ChiefL’abuso di potere di Trump sui militari è previsto dalla legge, ma non dalla democrazia

Il presidente degli Stati Uniti ha dispiegato marines e Guardia Nazionale a Los Angeles per contenere le proteste. Una scelta giuridicamente possibile che però avrà gravi conseguenze politiche

LaPresse

Per la seconda volta in cinque anni, l’esercito americano si trova di fronte a un bivio che non riguarda la strategia militare, ma la tenuta costituzionale del Paese. A Los Angeles, epicentro delle proteste contro le nuove espulsioni di massa volute dalla Casa Bianca, Donald Trump ha ordinato il dispiegamento di settecento marines e quattromila membri della Guardia Nazionale, una forza militare ibrida, a metà tra esercito e milizia civile, che può operare sia sotto il comando dei singoli Stati che del governo federale.

Il provvedimento attuato da Trump contro il parere del governatore della California Gavin Newsom è la risposta sguaiata ai disordini seguiti ai blitz dell’Immigration and Customs Enforcement nelle comunità migranti. Ufficialmente, i militari sono incaricati di proteggere proprietà e agenti federali. Ma il loro impiego in una metropoli americana segna un salto politico e istituzionale pericoloso: può il presidente degli Stati Uniti usare la forza militare per rispondere a dissenso politico e protesta civile, senza trasformare i soldati in una forza partigiana? 

Il punto non è solo la legalità di questo atto formalmente consentito dalle leggi federali statunitensi, ma il significato che assume in una democrazia costituzionale. L’esercito americano è stato usato poche volte come uno strumento di polizia interna, e sempre in una situazione di emergenza nazionale. Come spiega l’Economist in un lungo approfondimento, la situazione a Los Angeles non è equiparabile a una rivolta generalizzata. Non c’è insurrezione, non c’è stato d’assedio. Ci sono proteste, in parte violente, sì, ma contenute. Eppure Trump ha scelto l’escalation. La legalità della sua azione, spiegano i giuristi, poggia su un terreno solido. La legittimità politica e morale, invece, scricchiola.

Trump si appella al suo potere costituzionale, che in teoria gli consente di federalizzare la Guardia Nazionale anche contro il parere dei governatori, come ha fatto con Newsom. Lo fa richiamando implicitamente, e forse presto esplicitamente, l’Insurrection Act del 1807, una norma antica ma ancora valida, che consente al presidente di dispiegare forze militari per far rispettare la legge in caso di «ribellione» o «impossibilità di applicare le leggi».

Negli ultimi decenni, la Guardia Nazionale è intervenuta in contesti di emergenza e disordini civili: da Detroit nel 1967 a Los Angeles nel 1992, da Washington dopo l’omicidio di Martin Luther King nel 1968 fino alle proteste seguite alla morte di George Floyd nel 2020. Sempre, però, le forze armate sono state trattate come extrema ratio, un’ultima spiaggia da usare con prudenza. La prassi, condivisa da Democratici e Repubblicani, è stata quella della moderazione, della distinzione netta tra ordine pubblico e potere militare. Trump, come fa di solito, ha rotto anche questo tabù. 

A Fort Bragg (Carolina del Nord) in un discorso pronunciato davanti a centinaia di soldati, il presidente degli Stati Uniti ha trasformato una celebrazione dell’anniversario dell’esercito in un comizio elettorale. Ha definito i manifestanti «gente che odia il nostro Paese» e ha promesso che «verranno accolti con forza molto pesante». Ha affermato che «questi soldati stanno difendendo la nostra Repubblica» e ha accusato i suoi avversari politici di essere dei «pazzi radicali della sinistra». 

Come osserva il New York Times in un’analisi firmata da Joshua Braver, docente di diritto e studioso di relazioni civili-militari, il dilemma che oggi affrontano gli ufficiali è drammatico: «Devono scegliere tra obbedienza e integrità, tra il dovere verso il comandante in capo e quello verso il popolo americano». Il codice etico militare impone il rispetto delle leggi e degli ordini legittimi, ma anche il rifiuto di ordini ritenuti immorali o contrari ai valori della professione. L’ordine di pattugliare le strade per arginare proteste politiche, pur legittimo sul piano giuridico, può apparire in conflitto con i principi di neutralità e rispetto della libertà di espressione che la tradizione militare americana ha sempre custodito. Il precedente più inquietante resta quello di Kent State, nel 1970: quattro studenti uccisi dalla Guardia Nazionale durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Da allora, la memoria di quella tragedia ha pesato su ogni decisione di impiegare truppe in contesti civili. 

Trump, nella sua visione muscolare dell’autorità, vuole riscrivere le regole del rapporto tra potere esecutivo e forze armate. Newsom ha reagito con durezza, definendo l’intervento federale «una violazione della sovranità statale» e portando il caso in tribunale. Ma dietro la disputa giuridica c’è un conflitto più profondo: quello tra un’idea di governo fondato sull’equilibrio tra i poteri e una visione in cui il presidente può imporsi senza mediazione.

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