Sovrastimolazione cognitivaLa società digitale ha minato il valore dell’apprendimento critico

In “Non tutto è come appare”, Simona Ruffino spiega che la società contemporanea ha progressivamente rinunciato alla complessità del pensiero, sostituendola con una semplificazione pervasiva alimentata dalla tecnologia

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C’è stato un tempo della vita in cui, al cospetto dei miei vent’anni, mi sentivo fiduciosa verso il futuro. Confidavo nelle opportunità offerte a noi privilegiati bianchi occidentali di studiare, imparare, evolvere. Pensavo che saremmo diventati più consapevoli e che avremmo messo le nostre conoscenze a disposizione di un avvenire migliore per tutti. D’altra parte, non c’è da sottovalutare il caso benevolo di essere nati nella parte fortunata del mondo e di disporre di virtute e conoscenza. Immaginavo una umanità finalmente collaborativa, un’Europa che per dirsi unita fosse capace di avvalersi di qualcosa di maggior valore della sola moneta, pensavo che l’istruzione obbligatoria potesse essere una medicina portentosa per quello che in passato era stato disuguaglianza e dolore.

Ero carica di aspettativa nei confronti di una umanità che speravo aumentata, moltiplicata nel giudizio, nella misura, nella ragionevolezza. Adesso, con altri vent’anni sulle spalle continuo a misurarmi, invece, con una realtà che sembra la fotografia assai sbiadita del futuro che prevedevo. La memoria collettiva vacilla, i politici si sono trasformati in imbonitori dell’ultima ora e alzano muri a tutte le latitudini, la democrazia sembra un peso sulle spalle dei potenti. La comunicazione è solo l’anima del commercio, il bene di tutti viene dopo il mio bene. […]

Insieme allo sviluppo cerebrale in termini di aree operative e regioni di attività, nei millenni sono cresciuti, come la chioma di un albero, il sapere e la cognizione. Da quello che in principio per la mente umana era informe e nebuloso, sono emerse, erigendosi granitiche, le idee di sacro e di empio, poi i concetti di norma e di trasgressione, la distinzione codificata del sistema numerico o dei primi alfabeti. Dal disordine, l’ordine. Una progressione che mi appare obbligatoria quando c’è di mezzo l’apprendimento e quindi la conoscenza; una progressione che, attenzione, può essere invertita nel caso in cui l’intento da perseguire sia quello opposto: non svelare, non informare, non fare apprendere. In questo caso possiamo ben parlare di regressione. Ad ogni modo, il concetto di progressione mi è caro perché talvolta porta con sé la fratellanza con i concetti di evoluzione e di crescita. Progredire, nella migliore delle ipotesi significa aumentare, aggiungere, e prevede in ogni caso un cambio di stato. Quello che era e poi non è più. Nel bene e nel male.

Noi esseri umani siamo in un costante stato di riorganizzazione cognitiva e di conseguente apprendimento. Disimpariamo e impariamo nuovamente a ogni informazione o esperienza che si aggiunge stando, di fatto, in un perpetuo processo di cambiamento, progressivo o regressivo. Quando ci troviamo in una situazione di sovrastimolazione il nostro cervello entra in difficoltà e sente la necessità di fare ordine in quel caos. Fin dai primi momenti di vita siamo infatti bombardati da una moltitudine di sensazioni visive, uditive, tattili, olfattive e gustative. Se non avessimo a disposizione un sistema che lavori per organizzare queste informazioni, la nostra mente sarebbe sopraffatta. Attenzione, questa stimolazione eccessiva è un fenomeno che si avvera nella nostra esperienza quotidiana in ogni momento. Viviamo nel continuo riordino delle informazioni che riceviamo percettivamente, che sono sempre in numero maggiore rispetto a quelle che riusciamo a gestire fisiologicamente. Sostanzialmente siamo in una condizione perenne di organizzazione cognitivo-emozionale che non trova né pause né silenzio.

Per inciso, la sensazione di esubero dei pensieri, l’incapacità di domarli, la consapevolezza di non sapere e di non essere in grado di comprendere ogni cosa, è fondamentalmente uno dei motivi per cui ho iniziato questa ricerca nel tentativo di stanare le mie stesse inettitudini. E forse le mie paure. Tornando alla ricerca: è questa incapacità di accettare il disordine che fa entrare in gioco la necessità, squisitamente umana, di distinguere, di catalogare e di trovare un sistema simbolico condiviso per organizzare e diffondere la conoscenza. La distinzione è stata e continua a essere la radice dell’apprendimento, uno dei processi più affascinanti e complessi che coinvolgono il nostro cervello e che si avvera attraverso l’integrazione, l’elaborazione e l’interpretazione degli stimoli sensoriali a cui siamo esposti. Un lavoro di architettura cognitiva strabiliante, persino emozionante, se si pensa a come agisce, impercettibilmente, velocemente e in maniera sofisticata. […]

Parallelamente a tutte le latitudini si è andato edificando il monumento della Conoscenza umana, la filosofia della Natura, il corpo delle Leggi, l’apparato potente delle Religioni. Insomma, abbiamo dato forma a quella che chiamiamo Civiltà e che ha organizzato la nostra maniera di districarci nella realtà, di dare una spiegazione alle cose. Provando e riprovando, attraversando l’errore e la sconfitta, imparando per imitazione, l’uomo (sempre inteso come umanità) è riuscito nei millenni nell’intento di addomesticare la natura, ne ha soggiogato le forze. Si è fatto re del mondo quasi sempre utilizzando una logica binaria fondata sulle opposizioni: bianco-nero, buono-cattivo, giusto-sbagliato. Ad ogni modo perché partire da qui? Qual è lo scopo di retrodatare così abissalmente questa indagine?

Per affrontare il tema della complessità del mondo attuale e della semplificazione manipolativa può servire studiare il tempo remoto in cui comparvero sulla terra campi coltivati e recinti per animali, gruppi sociali, regole e riti? Me lo domando mentre sono seduta su una sedia comoda, dentro una casa confortevole, nel cuore di una città luminosa che custodisce sotto i miei piedi millenni di storia. Scrivo dalla superficie del mondo, dalla vetta visibile di ciò che emerso ed è stato ricostruito sopra le rovine del passato. Proprio sotto di me c’è la città che Roma è stata, ci sono le vite delle persone che nella cesellatura dei millenni hanno impastato l’esistenza e l’hanno accompagnata fino a qui. Qui, dove i WiFi ci tengono connessi grazie alla fibra ottica, i percorsi vengono calcolati da Google, le distanze annullate; qui dove imperano i gigabyte, Zoom, i social media, Netflix, la solitudine delle piazze. Necrologi della complessità del pensiero innescato da una tecnologia complessa, che tuttavia ne disconosce il valore condiviso.

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Tratto da “Non tutto è come appare. Contro la cultura della manipolazione, di Sara Ruffino (Apogeo), 224 pagine, 19 euro

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