L’annullamento del concerto di Valerij Gergiev alla Reggia di Caserta rappresenta un duro colpo alla guerra ibrida di Mosca contro l’Europa. Questo tipo di offensiva regge su molti fronti, tra cui quello della normalizzazione della società russa, la quale, pur minacciando esplicitamente ogni giorno una guerra nucleare contro di noi, si impegna a mostrarsi come vittima incompresa di una situazione causata dall’Occidente; da qui i richiami strumentali alla cultura e alle arti come mezzo per veicolare la pace.
Ma in questi anni abbiamo imparato che, quando sentiamo parlare di pace, il termine ha un solo significato: la resa dell’Ucraina e l’accettazione incondizionata delle mire imperialistiche della Federazione russa. La guerra ibrida ha come obiettivo quello di condizionare l’opinione pubblica dei singoli stati europei e, per quanto riguarda l’Italia, il Cremlino ha puntato sulla formula «minimo sforzo, massima resa». Questo perché nel nostro Paese sono tante le figure pronte a prodigarsi a favore del regime di Putin senza bisogno di ricevere un rublo.
Il caso Gergiev, infatti, non può essere scisso dalla figura ingombrante di Vincenzo De Luca. Il presidente della regione Campania ha difeso a spada tratta l’esibizione del direttore d’orchestra colluso con il potere russo, ripetendo a memoria le veline di Sergej Lavrov per argomentare la scelta di ospitare il «concerto della pace», condendo il tutto con una serie di sproloqui sulle ragioni che hanno portato all’invasione dell’Ucraina.
Ma lo sforzo di De Luca a favore di Gergiev trascende la dimensione della guerra ibrida, e le sue posizioni filorusse – non certo una novità per chi conosce il personaggio – non sono da inquadrare in un particolare disegno della Russia per infiltrare lo Stato italiano partendo dalla Campania. Pur avvantaggiando l’operazione di Putin sul nostro territorio, il caso è molto più locale di quanto possa sembrare. Locale e macchiettistico, come spesso quando si tratta di De Luca.
Per capire le dinamiche che hanno portato a questa situazione e alla pessima figura della presidenza campana (rilanciata dalla stampa internazionale), bisogna andare oltre Gergiev e guardare al protagonista della vita politica della regione. Da un po’ di tempo a questa parte, Vincenzo De Luca ha scoperto una nuova passione: la geopolitica. Questa presunta disciplina si è dimostrata negli anni il rifugio degli ignoranti e dei disperati. De Luca ama rappresentarli entrambi.
Le sue incursioni in politica estera sono quasi sempre esposte nel corso di comunicati alla nazione, registrati dal suo ufficio, un retaggio risalente alla “campagna cafoni zero”, quando l’allora sindaco di Salerno si ritagliava uno spazio all’interno dell’emittente locale, per elencare i dati sensibili (indirizzi, foto e potenziale sanzione) di chi non rispettava la raccolta differenziata.
Nel corso di queste apparizioni kimilsunghiste, il governatore ha passato in rassegna la presunta storia dietro l’invasione dell’Ucraina: «L’Ucraina fa parte della storia della Russia, non è un paese esterno» e ancora «L’Ucraina è dentro la vita e la storia della Russia. Ora la minaccia dell’Occidente è di far entrare nella Nato anche l’Ucraina e cioè di entrare con la Nato dentro la Russia».
In un’altra occasione, il presidente della regione Campania cita «un accordo dopo il crollo del muro di Berlino, che prevedeva che i paesi dell’Europa orientale ex comunisti non entrassero nell’Alleanza atlantica».
È inutile spiegare a Vincenzo De Luca che l’accordo di cui parla non esiste – il governatore fa riferimento a una dichiarazione del segretario di Stato Usa James Baker all’alba dell’unificazione della Germania – o che la Nato (di cui la Russia, fino al 2014, è stata partner) ha sempre evitato l’ingresso di Kyjiv nell’Alleanza, al fine di mantenere un equilibrio che, nei fatti, ha sempre avvantaggiato la Federazione russa.
È inutile perché De Luca parla non conoscendo l’argomento, basando le sue analisi su un bagaglio ideologico veterocomunista ancora forte nel partito Democratico. È inutile perché questo spiccato interesse per la geopolitica è, appunto, una plateale dimostrazione di disperazione.
Sotto questa nuova veste barricadera-Limes, Vincenzo De Luca non si è occupato soltanto di Russia: il demiurgo del Pd campano ha denunciato, sempre seduto alla sua scrivania, la tragedia di Gaza («Israele governo di banditi» o «Vergogna per Gaza» sono alcuni dei suoi proclami) e la politica degli Stati Uniti pre e post Donald Trump.
Ma la verità è che a De Luca non interessano i diritti dei palestinesi, né le storture della società americana, tantomeno la pace in Ucraina. De Luca ha un bisogno disperato di restare protagonista adesso che il suo personaggio politico è alle battute finali.
L’ego di Vincenzo De Luca esce rafforzato dal caso Gergiev (il presidente può giocare la carta della vittima del sistema), così come ne è uscito ingigantito dopo la essere apparso al “Daily Show” lo scorso maggio. Ma tutto questo serve a coprire il profondo fallimento della sua era alla guida della Campania.
Spostando l’attenzione sui temi internazionali, De Luca spera di girare attorno al fatto di aver benedetto la candidatura di Roberto Fico in Campania dopo anni passati a denunciare il Movimento 5 Stelle e la classe dirigente grillina. De Luca tenta di far ignorare il ricatto verso la segreteria nazionale, che ha permesso la nascita di questa alleanza giallo-rossa nella regione (ovvero piazzare i suoi fedelissimi ai vertici del Pd campano e il sostegno al figlio Piero per ricoprire incarichi nazionali).
De Luca parla di esteri mentre diventano sempre più insistenti le voci di una sua possibile ricandidatura a Salerno. E il partito tace, come la sua segretaria di fronte al caso Gergiev.
È così che, per tornaconto personale, De Luca si improvvisa storico dell’Est Europa, paladino anti-sistema o difensore della Palestina, trascinando nel suo mondo fatto di dirette televisive e caciara populista la credibilità dell’intera nazione, a dimostrazione che la guerra ibrida non regge solo su agenti provocatori, ma soprattutto sugli utili idioti.