
Pianificare il tutto? Cosa c’era da pianificare? Io ed Hélène ci sentivamo due stolti ignari, sballottati in qua e in là più dalle decisioni altrui che dalle nostre. «Dopo una doccia calda sarò più lucido». Bacan si voltò verso gli altri che, noncuranti della situazione, avevano ripreso già da tempo a ripulire il grosso cinghiale. «Ragazzi, io vado a casa perché devo parlargli. Finite voi lì?».
«Tranquillo Bacan, abbiamo quasi terminato: dobbiamo solo togliere l’intestino e scuoiarlo», rispose uno di loro. «Bene. Andiamo pure».
Ci indicò col dito una struttura molto grande e particolare, poco distante: «La mia abitazione è quella laggiù». Una volta vicini, non potemmo che esserne meravigliati, e dall’esterno sembrava veramente ben realizzata.
«È un’earthship. Mi hanno aiutato tutti qui a Brama, ognuno come e quando poteva: chi con i muri, chi racimolando bottiglie, chi con il tetto verde». La struttura principale era a pianta esagonale, con due cupole secondarie più piccole e rotonde ai lati. Le spesse pareti erano in terra cruda, molto solide, e con alcuni disegni tribali sparsi qua e là. Diverse bottiglie di birra, di cui si vedeva lo spesso fondo in vetro marrone scuro, erano incastonate perfettamente dentro ai muri dell’entrata, e alcuni pneumatici spuntavano dalle basi delle due cupole. Il tetto era ricoperto da un fitto strato di muschio e piante d’ogni tipo.
Io ed Hélène eravamo visibilmente emozionati, come due bambini che si recano per la prima volta in un negozio di giocattoli; anche qui, entrammo scalzi, e subito ci avvolse un sensuale profumo di spezie, incenso e patchouli. L’interno della struttura era molto luminoso, viste le due grandi finestre, una a sud della casa e l’altra a fianco della porta. La struttura principale era lasciata a open space, e fungeva da cucina-soggiorno.
Con una piccola rampa di scale in legno, si poteva raggiungere un grande soppalco dal quale si intravedevano un divano, alcuni strumenti musicali tra cui vari tamburi, un didgeridoo, una chitarra e un basso acustico, mentre la cupola di destra era il bagno, e quella a sinistra la camera da letto. Tutta la casa era molto piacevole alla vista: ben arredata, con mobili in bambù, ghirlande di penne e piume di uccelli, varie piante da interni, un grande tappeto a trama indiana sul pavimento, e una bellissima stufa, una rocket mass heater grande abbastanza da potercisi sdraiare sopra.
La luce che filtrava dalle bottiglie incastonate nel muro dell’entrata rendeva l’atmosfera ancora più surreale. «Ci sono ancora tante cose che vorrei fare e migliorare», ammise Bacan. «Devo aggiustare il sistema di raccolta delle acque piovane, ad esempio. Penso abbia sbagliato qualcosa… o che si sia intasato con le foglie che stanno cadendo in questo periodo. Non si smette mai di imparare; è un continuo movimento in divenire».
Fece spallucce. «Comunque, se dovete andare al bagno urinate fuori. Per qualcosa di più, invece, c’è una compost toilet a due passi dal retro. Io vado a fare una doccia calda». Bacan si denudò davanti a noi, senza imbarazzo alcuno, lasciando gli indumenti sporchi di sangue fuori dalla porta. «Vi farò attendere pochi minuti».

Da “Un Baobab toccò il cielo dell’Africa” (Tempo al Libro), di Giacomo Pozzi, pp. 312, 16,50 €