Dal fiume al LidoIl cinema antisionista chiede per la Mostra di Venezia passerelle judenfrei

L’iniziativa del Venice4Palestine contro Gal Gadot e Gerard Butler non colpisce affatto due fanatici sostenitori della destra suprematista israeliana, ma due attori che non vogliono rinnegare a comando l’identità ebraica e Israele

LaPresse

C’è da credere – o almeno da sperare – che la meglio Italia cinematografara che aveva firmato a valanga lo scorso 23 agosto la lettera del collettivo Venice4Palestine (V4P) non sapesse dove, appena due giorni dopo, sarebbe andato a parare l’appello alla mobilitazione civile e intellettuale «contro il genocidio» e per la «Palestina libera», rivolta agli organizzatori della Mostra del cinema di Venezia: alla richiesta di espulsione di due attori, la cui presenza avrebbe inequivocabilmente macchiato la reputazione anti-genocidaria della rassegna.

La prima lettera, infatti, in un tripudio di schwa e con la consueta omissione della parola Hamas, che per il collettivo V4P non è evidentemente parte del problema di Gaza e rimane parte della soluzione, si limitava, per così dire, a chiedere agli artisti di organizzare e alla Mostra di ospitare l’esecrazione pubblica di «tutti i crimini contro l’umanità commessi da Israele per decenni e non solo dal 7 ottobre» e «il dissenso verso le politiche governative filosioniste».

Due giorni dopo, insoddisfatto delle risposte dei vertici della Biennale e della Mostra, che avevano ribadito l’impegno ad assicurare un «luogo di confronto aperto e sensibile», il collettivo V4P, il cui logo è una Palestina insanguinata dal fiume al mare – quando si dicono le coincidenze – ha risposto che, perché questo luogo rimanesse davvero uno «spazio di verità», doveva essere ripulito delle presenze di «Gerard Butler e Gal Gadot che sostengono ideologicamente e materialmente la condotta politica e militare di Israele».

Di questo passaggio voglio credere – o voglio sperare – che i Verdone, i Garrone, i Martone, i Servillo e tutto il cucuzzaro del cinema engagé nazionale reclutato per la battaglia non siano stati avvertiti e quindi non fossero consapevoli, mentre il collettivo antisionista metteva nel mirino un’attrice israeliana e un attore britannico per collaborazionismo genocidario e ne chiedeva l’espulsione per indegnità dalle passerelle della Mostra.

Visto lo zelo, ci si sarebbe aspettati che Butler e Gadot fossero due fanatici propagandisti di quel «dal fiume al mare» rovesciato della Grande Israele, che sta degradando il sionismo umanistico, laico e democratico in un suprematismo etnico-religioso razzista. Dovevano essere, come minimo, due rinomati fiancheggiatori politici della destra dell’«O noi o loro»  o del pogrom del 7 ottobre e della guerra di Gaza come «un’opportunità da non perdere» per annettere la Cisgiordania.

Niente di tutto questo. Gal Gadot è accusata di avere svolto il servizio militare nell’Idf, obbligatorio per tutti gli israeliani. Ha incontrato i familiari degli ostaggi durante una manifestazione antigovernativa, ha tenuto storicamente posizioni molto favorevoli alla convivenza pacifica tra arabi ed ebrei. Diventa però una collaborazionista, agli occhi del collettivo antisionista, per avere denunciato in un recente discorso presso l’Anti-Defamation League (Adl) che la tragedia del 7 ottobre, anziché suscitare solidarietà nei confronti degli ebrei, ha scatenato ondate di odio antisemita in tutto il mondo, rendendola ancora più orgogliosa e fiera di essere israeliana.

Gerard Butler è accusato di avere partecipato a una raccolta fondi nel 2018 per l’organizzazione no profit Friends of the Israel Defense Forces (Fidf), che si occupa di progetti sanitari, assistenziali ed educativi per i militari israeliani e per le famiglie dei caduti. Tanto è bastato per diventare un collaborazionista del genocidio.

Insomma, Gal Gadot e Gerard Butler non possono calcare la passerella di Venezia per le stesse ragioni per cui Liliana Segre è un’ospite sgradita nelle piazze del progressismo pro-Pal e merita dai vertici dei partiti di sinistra un rispetto obbligato, ma sempre più imbarazzato e assai meno entusiastico di quello riservato alla madrina dell’apologetica islamista Francesca Albanese.

Gadot e Butler non sono due sostenitori o alter ego artistici di Bezalel Yoel Smotrich o Itamar Ben-Gvir, come lo era Valerij Gergiev di Vladimir Putin, quando venne invitato con tutti gli onori a Salerno da Vincenzo De Luca e gli attivisti e sostenitori di V4P e gli altri professionisti del boicottaggio umanitario erano evidentemente in altre faccende troppo affaccendati per accorgersene e per occuparsene con uguale trasporto.

Sono un’ebrea israeliana e un amico degli ebrei di Israele che, secondo i loro accusatori, non hanno ripudiato la propria identificazione e rinnegato la propria amicizia con la causa dello Stato ebraico e dei suoi cittadini, e non hanno ammesso la colpa del genocidio – il genocidio che non è iniziato l’8 ottobre del 2023, ma nel 1948 con la fondazione dello Stato di Israele – per la cui espiazione gli ebrei di tutto il mondo devono scontare, come minimo, la gogna dell’esclusione o la pena dell’abiura.

A condannare al sospetto Gadot e Butler non è quello che dicono o fanno, ma semplicemente quello che sono. Sono un’ebrea e un amico di Israele, cioè due pericolose escrescenze di quell’ebreo collettivo rappresentato oggi dallo Stato ebraico, come, in precedenza, dal popolo deicida.

Israele potrà sopravvivere alla prova di Gaza o suicidarsi provando a diventare – sono evidentissimi i tentativi – una sorta di Rhodesia ebraica, che non lascia alla popolazione araba inglobata nei confini dell’Eretz Yisrael se non l’alternativa tra la deportazione e la segregazione civile. Ma se riuscirà, come ha tutti i mezzi per fare, a sopravvivere a questa prova, siamo certi che questa immarcescibile aristocrazia antisionista del cinema e della cultura italiana continuerà a inseguire il successore di Benjamin Netanyahu con le stesse accuse di crimini e misfatti con cui da David Ben-Gurion insegue tutti i premier israeliani che si sono succeduti, dal 1948 a oggi.

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