Banco di provaZohran Mamdani, e la battaglia per la conquista di New York e del partito democratico

In “Mamdani. Un socialista a New York”, Luciana Grosso racconta lo scontro interno ai progressisti americani, una spaccatura che ha già favorito il ritorno al potere di Donald Trump. Le elezioni del 4 novembre per il nuovo sindaco della città sono un test per tutti gli Stati Uniti

AP/LaPresse

Il prossimo 4 novembre si voterà per eleggere il sindaco di New York. E in teoria la cosa dovrebbe riguardare solo i newyorkesi. Quest’anno, però, le cose sono un po’ diverse. Per due ragioni. La prima è che queste elezioni sono le prime a tenersi dopo la rielezione di Donald Trump e il clamoroso tonfo del Partito Democratico. Un tonfo da cui il partito non si è ancora ripreso. I sondaggi dicono che in questo momento la fiducia degli americani nel loro presidente è al minimo storico (trentasette per cento), ma dicono anche che l’unica cosa di cui si fidano meno che di Trump è il Partito Democratico (ventinove per cento). Non sappiamo se e quando il partito di Joe Biden, Barack Obama e Bill Clinton, e con esso tutta l’America non trumpiana, smetterà di leccarsi le ferite e riuscirà a fare una proposta politica e di leadership che gli elettori considereranno credibile. Nel 2024 questi ultimi hanno preferito la sincera, esplicita, dichiarata maramalderia da aspirante autocrate di Trump ai silenzi cerchiobottisti e alle pavide mezze verità dei Democratici, che a oggi non sono ancora riusciti a trovare una chiave per opporsi alla retorica del Presidente. Ecco perché queste elezioni newyorkesi potrebbero essere una prova generale, una sorta di test per sconfiggere Trump. Il voto in una città così importante potrebbe indicare la via al resto del Paese che sta provando a immaginare una versione degli Stati Uniti diversa da quella che sta forgiando il tycoon asceso per la seconda volta alla Casa Bianca. La seconda ragione per cui questo voto ha un peso molto maggiore di quello che normalmente hanno le elezioni comunali americane è che attorno a esso si sta consumando l’ennesima battaglia di uno scontro che va avanti da dieci anni all’interno della sinistra americana, e non solo. 

In campo ci sono due squadre: la prima, che potremmo chiamare quella dei liberal, è assai blasonata, ricca e potente, ha governato spesso e a lungo, conquistando il voto del centro. E secondo i liberal il futuro del partito è ancora al centro, nella conquista dei voti della classe media, dei moderati e persino dei Repubblicani che si sono allontanati dal partito dopo l’arrivo di Donald Trump. La leader che più di tutti incarna e guida questa squadra è, per sintesi, Hillary Clinton, insieme a personalità come Barack Obama e Nancy Pelosi. L’altra squadra è molto più piccola e disorganizzata, ma in costante crescita di voti e di forza: parliamo dei Dsa – Democratic Socialists of America –, cioè i “socialisti” incarnati e rappresentati (sempre per sintesi) da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ora, intendiamoci: i socialisti americani non hanno niente a che fare né con quelli europei né tantomeno con quelli ex sovietici, figurarsi. Per definirli, si può dire che sono più a sinistra dei liberal e pongono più attenzione ai temi sociali. Ritengono che la formula centrista sia superata e anacronistica, che a proposta elettorale fatta dal Partito Democratico non sia più credibile perché, negli anni, si è tradotta in una serie di politiche conservatrici quanto quelle dei Repubblicani, al massimo con una leggera infarinatura di sinistra per salvare le apparenze. È ferma convinzione dei socialisti che il problema principale delle persone sia la mancanza di tutele e che, dopo due secoli e mezzo di sfrenato liberismo, per gli Stati Uniti sia giunto il momento di porre qualche vincolo al libero mercato e spingere l’acceleratore sullo Stato sociale. 

La contrapposizione tra liberal e socialisti non si riduce solo a differenti strategie e approcci elettorali. Si traduce, anzi nasce, da due diversi approcci economici. Quello dei liberal si regge sulla cosiddetta trickle-down economics, l’‘economia dello sgocciolamento’; l’altro, invece, si regge su un’economia di maggiore assistenza e sussidi. I liberal sono convinti che per redistribuire la ricchezza occorra prima costruirla e per questo, negli anni, hanno lasciato la briglia molto sciolta alle imprese e agli imprenditori, convinti che se questi avessero dovuto pagare meno imposte, allora avrebbero investito di più, creato nuove attività e nuovo lavoro. La loro ricchezza, insomma, sarebbe “sgocciolata” fino a chi aveva meno. I socialisti, al contrario, pensano che la miseria non si combatta irrorando di finanziamenti i ricchi e sperando che questa ricchezza ricada sugli strati meno abbienti della popolazione. Per ridurre la miseria dei poveri – dicono – i soldi occorre darli ai poveri, possibilmente prendendoli dove sono già, ossia da chi ha troppo. Le due fazioni, meglio dirlo subito, si odiano. Sono in teoria alleate, ma in realtà si detestano dai tempi delle primarie Sanders-Clinton del 2016. E non hanno mai trovato un modo per convivere. L’unico fragile collante che li ha tenuti insieme finora è stato l’antitrumpismo, ma non basta più. […]

A New York, nel corso delle primarie dello scorso giugno, si è consumata l’ennesima conta interna, l’ennesimo scontro. A vincere è stato il socialista Zohran Mamdani, un ragazzo di trentatré anni privo di esperienza politica, che le ha suonate di santa ragione al candidato espressione della vecchia dirigenza del partito, Andrew Cuomo, figura decisamente controversa e non priva di ombre, e sospettato persino di intelligenza con il nemico trumpiano. Dunque, conta finita e questione chiusa, almeno a New York? Manco per idea. Lo sconfitto delle primarie non si è dato per vinto e ha deciso di correre comunque da indipendente. Tutti in città si chiedono: il 4 novembre vincerà Cuomo, che sta facendo una campagna elettorale tutta dedicata a dipingere Mamdani come una specie di bolscevico fuori di testa, un pericolo da evitare a ogni costo, corteggiando il voto dei moderati e dei centristi? Oppure vincerà Mamdani, che sta facendo una campagna-specchio, incentrata sulla rappresentazione di Cuomo come una specie di copia carbone di Trump, egualmente viscido, destrorso e corrotto? 

Al momento di andare in stampa ancora non lo sappiamo, ma sappiamo che nessuna delle due campagne è veritiera: Mamdani non è un bolscevico fuori di testa e Cuomo non è una copia carbone di Trump: sono entrambi espressioni diverse di una stessa America, progressista e antitrumpiana, che però da anni, invece di gettarsi anima e corpo nella battaglia anti-Trump, spreca energie e risorse in una guerra fratricida. Il voto di New York, città che per varie ragioni fa storia a sé, si inserisce in questa lunghissima battaglia per l’anima del Partito Democratico americano e per il futuro politico del Paese. La sfida che sta andando in scena non è allora solo quella per il governo della città, ma anche una battaglia importante per decidere l’anima e il futuro della sinistra americana. 

 

Tratto da “Mamdani. Un socialista a New York”, Luciana Grosso, Castelvecchi, pp, 136, 16,50 euro

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