Dopo sedici anni la Bolivia torna nel raggio d’azione degli Stati Uniti. La Drug Enforcement Administration (Dea), espulsa nel 2008, è pronta a rientrare presto. Il ritorno dell’agenzia federale antidroga del Dipartimento di Giustizia segna un cambio di rotta rispetto al passato, ma non dà un colpo al cuore del problema, perché la struttura del narcotraffico boliviano è radicata e capace di sopravvivere a governi, ministri e dottrine politiche. La coltivazione della coca resta l’economia reale del Paese.
In Bolivia le aree principali sono il Chapare, regione montuosa e tropicale nel centro-est del Paese caratterizzata da foreste e altopiani fertili, e i Yungas, lungo le pendici orientali della Cordillera delle Ande nel nord, dove vallate ripide e clima subtropicale favoriscono la coltivazione della foglia. In queste zone la coca rappresenta cultura e sopravvivenza. Ma i dati mostrano una realtà più ampia, con 31.000 ettari coltivati, di cui circa 22.000 riconosciuti come legali, e una produzione potenziale di cocaina di circa 300 tonnellate annue. I sequestri seguono lo stesso trend, con 66 tonnellate nel 2024, più del doppio rispetto alle 32,9 del 2023.
L’allarme non nasce solo dalla quantità di coca coltivata, ma dal fatto che la produzione illegale oltre i limiti legali alimenta il narcotraffico, rafforza reti criminali locali e invade talvolta aree protette, rendendo instabile il controllo statale. La presenza dei cartelli e l’occupazione dei corridoi di transito trasformano il Paese in una frontiera dove legalità e illegalità convivono senza confini chiari. Questa permeabilità non nasce oggi. È parte della storia boliviana. Se Escobar divenne il narcotrafficante più potente del mondo, lo deve alla Bolivia e a Roberto Suárez Gómez. Chi è Suárez? Semplice: il re della pasta di coca e del prodotto finale, quello che si sniffa.
Negli anni Settanta, dalla sua base di San Borja, piccolo centro nella giungla amazzonica, Suárez spediva due tonnellate al giorno di pasta di coca al cartello di Medellín. Aveva fondato un’organizzazione criminale nota come La Corporación, definita la «General Motors della cocaina» per la scala e l’integrazione di produzione, logistica e distribuzione. Suárez disponeva di 1.500 uomini armati, piloti e guardie del corpo addestrate in Libia, oltre a una flotta di quaranta aerei, e guadagnava 400 milioni di dollari all’anno.
La moglie di Suárez, Ayda Levy, autrice del libro “Il Re della Cocaina”(Mondadori, 2012) – ¡por supuesto! – racconta che Fidel e Raúl Castro lo contattarono nel gennaio 1983 e lo invitarono a Cuba, pianificando di usare la droga come leva contro gli Stati Uniti. Con l’aiuto della dittatura militare argentina, Suárez finanziò il colpo di Stato di García Meza, il cosiddetto «narco-dittatore».
Protetto dal nazista Klaus Barbie, noto come il «Macellaio di Lione», Suárez intrecciò rapporti con governi, intelligence, Cuba, Bahamas e canali indiretti con la CIA tramite Manuel Noriega. Arrestato nel 1988, morì nel 2000. La moglie raccontò a Gianluigi Nuzzi che una volta vide anche il banchiere Roberto Calvi chiedere un prestito al marito.
Oggi quella eredità è ancora visibile. In Bolivia convivono un’economia formale e una parallela, un apparato statale e uno clandestino. Il ritorno della DEA può modificare gli equilibri, ma senza riforme profonde resta un intervento cosmetico, perché servono controlli efficaci, leggi funzionali e la fine delle protezioni politiche che hanno garantito impunità ai narco-apparati.
Il ritorno della DEA rientra nella logica della Dottrina Donroe (Donald + Monroe), evoluzione della storica Dottrina Monroe del 1823, secondo cui gli Stati Uniti considerano l’emisfero occidentale una sfera di influenza esclusiva. L’amministrazione Trump ha rilanciato questa visione per mettere ordine nel backyard latinoamericano, affrontando quattro priorità: criminalità transnazionale, narcotraffico collegato al terrorismo (il terror-crime nexus della Triple Frontera), immigrazione illegale e contenimento della penetrazione cinese e russa.
Washington ha già agito su più fronti. Panama si è ritirata dalla Belt and Road Initiative; il porto peruviano di Chancay è valutato come criticità strategica; l’Argentina ha ridotto l’esposizione finanziaria verso Pechino; il Messico di Claudia Sheinbaum ha annunciato misure per limitare le importazioni cinesi.
E poi c’è il Venezuela, un osservatorio privilegiato dell’espansione tecnologica di Cina, Russia e Iran, dove uno smartphone ha sostituito kalashnikov e rivoltelle, simboli dei vecchi leader rivoluzionari terzomondisti. Maduro ha brandito pubblicamente uno smartphone Huawei donatogli da Xi Jinping, definendolo «immune» da intercettazioni statunitensi.
Pechino ha costruito il sistema digitale Patria attraverso ZTE per sorvegliare cittadini e opposizione, oscurare contenuti critici e gestire app di delazione. Mosca, invece, ha fornito sistemi C4ISR e piattaforme di comando, rafforzando la capacità di controllo e coordinamento. Ne risulta un ecosistema di sorveglianza completo, con uso esteso di antenne IMSI catcher per intercettare chiamate e geolocalizzare dispositivi, sostituendo di fatto la proiezione militare tradizionale, che non è meno invasiva. La strategia americana punta a bonificare questi ecosistemi dittatoriali: colpire le reti finanziarie, impedire amnistie, neutralizzare gli strumenti politici del narcoterrorismo e restituire sovranità alla popolazione, sottraendola a strutture che hanno usato il potere pubblico per garantire impunità a gruppi criminali.
Considerare Maduro il capo di un cartello è riduttivo. La rete criminale in Venezuela, come in altre nazioni latinoamericane, coinvolge forze armate, apparati di sicurezza, funzionari civili e parti dell’intelligence. È un sistema esteso e radicato nello Stato: la piaga è molto più ampia e strutturata di quanto possa suggerire un singolo nome.