Ho speso 35 euro di taxi per andare e tornare da un hotel del centro di Roma a uno dei ristoranti più citati nelle conversazioni degli esperti: e non me ne sono pentita. Ma non solo: ho capito, stando lì, molte cose della ristorazione attuale e dello stato dei locali in Italia oggi.
Tutti i giovani più talentuosi si spostano fuori dal centro delle città, i progetti più intriganti sono fatti da persone che scelgono la provincia o la periferia. Per i costi più bassi, sicuramente: limitare il prezzo dell’affitto è sempre e comunque una buona idea. Ma anche per l’ideale di dare un’occasione al loro quartiere o alla loro città più piccola. Soprattutto per evitare di essere affossati dalla concorrenza dei troppi colleghi affollati in un quadrilatero, e dei grandi gruppi con molti investimenti, tante pr e poche idee che però hanno una potenza di fuoco che sul breve periodo li premia. Per facilitare la logistica, che in un ristorante è una parte determinante della buona riuscita del progetto: se i fornitori scaricano facilmente, i clienti trovano parcheggio, e i dipendenti non devono fare code e lunghe percorrenze per andare al lavoro di sicuro ne beneficia tutto il sistema.
C’è poi un tema sociale: un ristorante aperto tra i palazzoni della periferia è un presidio sociale, un luogo dove le persone trovano ristoro ma anche riparo, dove ci sono luci accese, persone che passano. Quel luogo diventa subito più sicuro e più percorribile, non rimane in balia della malavita.
Ma questo luogo del gusto romano, che per inciso si chiama Trecca, tanto celebrato dagli addetti ai lavori, era pieno e vitale, di persone di varia estrazione e provenienza. La memoria presidia le pareti con foto e pubblicità d’epoca, e con una colonna sonora che farebbe impazzire un appassionato di anni Sessanta. Il menu è quanto di più tradizionale e consueto si possa trovare in città: coratella, puntarelle, cicoria, carciofi e coniglio, amatriciana, abbacchio. No rivisitazione, no creatività. Servizio ruvido quel tanto che basta per capire che siamo in una città complicata, e non c’è spazio per la lentezza: ma l’ironia tipicamente romanesca non manca di sicuro. «Le lenticchie erano spaziali: devo avere la ricetta. La chiedi in cucina?» «No, tanto ’ntela danno». Sorriso, complicità.
E allora, perché ne valeva la pena? Perché tutto quello che abbiamo mangiato era buonissimo, dal pane in poi l’attenzione a quello che arriva in tavola è altissima. Cotture precise, ingredienti di grande qualità, condimenti generosi, sapori precisi e golosi. Una cucina rassicurante, i piatti di casa fatti a regola d’arte con una tecnica e un pensiero contemporanei. La “neotrattoria” nella sua essenza, con quelle dinamiche riconoscibili da chi è del settore, ma che di fatto sono una carta vincente per la ristorazione di oggi. Entri e ti chiedi: ma davvero ho fatto mezz’ora di taxi per allontanarmi dal centro della città più bella del mondo per venire qui? Esci e pensi: ci devo tornare la prossima volta che vengo a Roma, devo portarci gli amici.
Questo luogo, coi suoi vini naturali e il suo hype, la sua estetica vintage costruita e la sua coerenza studiata, è la risposta perfetta per i clienti (e i critici!) che chiedono a gran voce semplicità di intenti ma massima cura verso la realizzazione. Un ristorante che ti fa spendere 35 euro di taxi volentieri, perché venendo qui, alla fine, si sta semplicemente bene. Avercene!

