Community restaurantIl cibo sano è un diritto sociale

Trovare il compromesso etico tra quanto dobbiamo pagare un cibo per giustificare la sua produzione e ciò che possiamo permetterci è il vero dilemma dei nostri giorni

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C’è un aspetto dell’universo etico della nutrizione sul quale la mia riflessione è continua, senza avere una vera risposta. Ne ho parlato spesso, nelle tante occasioni di dialogo con i colleghi più sensibili e con chi tra voi ha partecipato alle presentazioni del libro “Il senso buono”. È il tema dell’accesso economico al cibo sano. Se abbiamo capito che spendere il giusto prezzo per nutrirci è un imperativo a cui non possiamo sottrarci, è altrettanto vero che così facendo rischiamo di vedere e far diventare il cibo sano un tema elitario. Se per tutelare i lavoratori, il territorio, evitare lo spopolamento e mantenere la nostra produzione artigianale dobbiamo essere disposti a pagare il giusto prezzo per ciò che diventa parte di noi, e ci costituisce, come possiamo rendere questo tipo di cibo disponibile davvero per tutti?

La domanda non ha risposta, purtroppo, e al momento l’unico strumento per un accesso al cibo sano che sia davvero universale sono la moderazione e la cultura. E torniamo a un discorso elitario. Oggi sul Frankfurter Allgemeine Zeitung scopriamo il Weltladen-Dachverband, associazione ombrello dei negozi equo-solidali tedeschi, che celebra i suoi cinquant’anni: nato a Mainz nel 1975 da movimenti di protesta per un commercio più giusto, oggi coordina circa novecento punti vendita in Germania. I Weltläden, il primo aperto a Stoccarda nel 1973, anticiparono molte delle regole oggi richieste dalle leggi sulla sostenibilità delle filiere, imponendo ai fornitori criteri stringenti su salari e condizioni di lavoro. Un esempio è il negozio di Francoforte-Bornheim, attivo dal 2005 e parte di una cooperativa di nove punti vendita. La gestione si regge su un mix di volontari e personale retribuito, con un’offerta che va ben oltre caffè e cacao, includendo moda, gioielli e artigianato. Nonostante vendite modeste e margini limitati, i Weltläden restano un simbolo di trasparenza e giustizia sociale nel commercio internazionale. È un’alternativa possibile? Forse, di sicuro è un tentativo di fare qualcosa di diverso dalla grande distribuzione convenzionale, che rischia di massificare gli acquisti, spingerci verso qualcosa di cui non abbiamo davvero bisogno e forzare il nostro reddito totale verso non nutrienti ma spese voluttuarie inutili e spesso anche dannose.

Un altro esperimento, utopico e purtroppo fallito nel tempo, sta però ritrovando nuova linfa proprio in questo momento storico di grande instabilità. C’è stato un tempo in cui mangiare fuori non era un lusso, ma un diritto sociale. Durante la Seconda guerra mondiale, il governo di Winston Churchill istituì i British Restaurants, mense civiche gestite dai comuni che servivano pasti caldi, nutrienti ed economici. Nel 1943 erano oltre duemila, con circa seicentomila coperti al giorno, e rappresentarono un tassello fondamentale nella politica alimentare britannica. L’esperimento sopravvisse al conflitto e alcuni locali rimasero attivi fino agli anni Settanta: a Cambridge l’ultimo chiuse nel 1970, segnando la fine di una stagione in cui la nutrizione pubblica era considerata parte integrante del welfare. Come ricorda lo storico Bryce Evans, i British Restaurants furono un vero laboratorio di social eating, capaci di ridurre disuguaglianze e garantire accesso al cibo sano anche alle fasce più fragili.

Negli ultimi anni, sono tornati di attualità. Nel 2022 la Food Foundation ha rilanciato l’idea dei “community restaurants” come risposta moderna al carovita, mentre nel 2024 diversi quotidiani hanno dato spazio all’appello per una rete nazionale di mense pubbliche ispirate al modello Churchill. Accanto alla dimensione pubblica, dalla fine degli anni Settanta sono nate esperienze alternative che hanno raccolto quello stesso bisogno: è il caso di Govinda’s, il ristorante vegetariano aperto nel 1979 dagli Hare Krishna a Soho, o del progetto Food for Life che da decenni distribuisce gratuitamente pasti caldi nelle strade di Londra. Storie diverse, unite dall’idea che un buon piatto possa essere molto più che nutrimento: un gesto di comunità, un modo per ridurre le distanze sociali e, forse, un modello da riscoprire nel presente per dare una risposta di gusto e di senso alla nostra ricerca di etica anche nel piatto.

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