Meno male che Mattarella c’èL’Italia tentenna sulla guerra di Putin, con Meloni e Schlein sempre più incerte

La propaganda russa attraversa partiti e media italiani. Le due leader di maggioranza e opposizione sono frenate dalle loro indecisioni e dalle posizioni contrastanti all’interno dei rispettivi schieramenti. E il Quirinale emerge come punto fermo nella politica estera nazionale, assieme a pochi coraggiosi

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Il fronte politico italiano che sostiene l’Ucraina si sta restringendo, eroso da una marea lenta e costante. È la preoccupante novità di questi giorni, il primo segnale evidente di quella guerra ibrida che Mosca conduce in modo sotterraneo e capillare, e che la Difesa ha analizzato con precisione allarmata. Un allarme raccolto senza esitazioni dal Presidente della Repubblica, oggi sempre più custode istituzionale della resistenza europea contro l’offensiva del Cremlino, come dimostrano il suo discorso al Bundestag e il comunicato di lunedì del Consiglio supremo di Difesa.

Quella russa, è stato spiegato, è un’offensiva che si muove su più piani: la pressione militare e quella digitale, l’infiltrazione propagandistica e la manipolazione dell’informazione. Partiti e giornali italiani sono diventati obiettivi di una strategia che mira a mutare l’opinione pubblica dall’interno, dove la democrazia è più vulnerabile.

L’asse politico di riferimento della campagna russa vede uniti, in una combinazione certo non inedita, Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Il primo è impegnato a osteggiare i piani di sostegno militare a Kyjiv, il secondo a suonare il piffero della propaganda contro il riarmo. A fare da amplificatori, La Verità e il Fatto Quotidiano, mentre sul versante più culturale ricorre l’accusa – rilanciata da Michele Magno – alla rivista Limes di ospitare firme vicine al Cremlino.

Una trama ampia, che trova conferma nella ricca documentazione raccolta da Massimiliano Coccia che i lettori de Linkiesta ben conoscono, un atlante inquietante della guerra non dichiarata contro l’Italia.

Ma è sul piano politico che la fase è cambiata. L’incertezza sul terreno, l’attesa del ventilato Piano in ventotto punti, i tentennamenti europei nonostante gli atti di Emmanuel Macron e Pedro Sánchez: tutto contribuisce a spingere Giorgia Meloni verso una prudenza che somiglia a incertezza, una postura che la allontana dal sostegno determinato dei mesi scorsi e la avvicina, almeno per inerzia, alla posizione di Salvini e Roberto Vannacci. Tant’è che la premier ha anche rinviato l’adesione al piano Purl, rallentando l’allineamento dell’Italia nella coalizione occidentale.

Da qui nasce lo strappo tra la premier e il Quirinale, strappo che la salita al Colle da parte di Meloni non ha per nulla sanato, così che Matteo Renzi ne trae conferma dell’idea che lei sia partita lancia in resta per la sua lunga corsa al Quirinale.

Nella guerra alla guerra di Putin, il Presidente della Repubblica guarda perciò con maggiore fiducia a Guido Crosetto, il ministro della Difesa che da mesi mantiene la linea contro l’offensiva russa senza cedere alle ambiguità enormi che attraversano il governo.

Sul fronte dell’opposizione, il quadro non è migliore. Mattarella, che non ha un canale stabile con Elly Schlein e il suo gruppo dirigente, può contare sulla presenza solida della minoranza riformista: Lorenzo Guerini e Pina Picierno, che rappresentano la continuità europeista ed euro-atlantica del Partito democratico, non intendono avallare ambiguità in Parlamento sulla politica estera. Ma il Partito democratico targato Schlein (la quale ieri alla Camera ha a lungo parlato proprio con Guerini) non è esattamente in trincea: non una manifestazione né altro.

Un altro protagonista fuori dagli schieramenti è Carlo Calenda, il più determinato nel contrastare il putinismo in televisione, come dimostrato nel confronto serrato con Jeffrey Sachs a Piazzapulita.

Così, lungo la faglia di demarcazione della guerra di Putin, la mappa politica italiana appare speculare: nel campo largo, Conte scivola verso Mosca, Guerini e Picierno mantengono la barra, Schlein resta nel mezzo. A destra, Salvini guarda a Est, Crosetto (e Tajani, che conta meno) resistono, mentre Meloni appare incerta, sospesa. È questa l’immagine del presente: con le due leader principali del Paese – Meloni e Schlein – ferme nell’indecisione se non proprio nell’ambiguità, l’Italia si scopre meno affidabile nella battaglia contro l’imperialismo russo. È chiaro che un quadro così traballante non potrà reggere all’infinito. In questo senso, la responsabilità di fare chiarezza sta a Elly Schlein, e soprattutto a Giorgia Meloni, improvvisamente diventata il simbolo della grande incertezza sul tema più delicato di questa fase storica. E in mezzo a questa incertezza, l’unico punto fermo resta il Quirinale.

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