Fuori programmaIl maldestro tentativo del governo di aiutare i lavoratori favorisce solo i redditi medio-alti

Il taglio della seconda aliquota Irpef previsto in manovra è pensato per aiutare il ceto medio, ma secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio i vantaggi maggiori andranno a dirigenti e persone già benestanti

Lapresse

Il taglio della seconda aliquota Irpef, dal trentacinque al trentatré per cento, è il fulcro della legge di Bilancio 2025. Un intervento che, secondo il governo, sostiene il ceto medio, ma che – alla prova dei numeri – sembra premiare soprattutto i redditi alti o medio-alti. A rilevarlo è un’analisi dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, secondo cui il cinquanta per cento dei benefici complessivi andrà all’otto per cento dei contribuenti con redditi più elevati. In altre parole, come scrive Rosaria Amato su Repubblica, la curva dei vantaggi rimane piatta per gran parte dei lavoratori e si impenna solo nelle fasce medie e alte, cioè a partire dai 45-50 mila euro lordi annui.

Per gli operai, il guadagno medio annuo stimato è di appena ventitré euro, per i pensionati di cinquantacinque, mentre per i dirigenti si arriva a quattrocentootto. Gli impiegati, la categoria più numerosa, otterranno in media centoventitré euro. Il beneficio massimo, quattrocentoquaranta euro, riguarda chi dichiara cinquantamila euro, mentre l’impatto sulla parte più bassa della seconda fascia (tra ventottomila e trentacinquemila euro) è quasi nullo.

La manovra prevede anche misure mirate alle fasce più deboli – come il bonus mamme, che passa da quaranta a sessanta euro mensili, e la detassazione dei rinnovi contrattuali – ma si tratta di interventi temporanei e con effetti limitati. L’Ufficio parlamentare di Bilancio stima, ad esempio, che per i lavoratori con redditi fino a ventottomila euro il risparmio medio sia di circa duecentootto euro.

Di fronte alle accuse di aver costruito una “manovra per i ricchi”, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha risposto in un’intervista video al Festival Bergamo Città d’impresa, respingendo le critiche e rivendicando la coerenza dell’intervento. «Bisogna capire se ricco è chi guadagna quarantacinquemila euro lordi l’anno. Noi siamo intervenuti sul ceto medio: i più svantaggiati sono stati aiutati negli anni scorsi», ha detto Giorgetti. Il ministro ha ricordato che restano confermati i tagli al cuneo contributivo, già introdotti e resi strutturali, e che la manovra va «vista nel suo complesso», con un mix di misure fiscali e incentivi ai rinnovi contrattuali.

Resta però il nodo della redistribuzione. La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, ha accusato il governo Meloni di «aiutare i più ricchi e dimenticare le famiglie e le imprese italiane», rilanciando il tema della redistribuzione delle ricchezze come questione politica centrale per la sinistra.

Intanto Giorgetti guarda al passaggio parlamentare per rendere pluriennali gli incentivi per gli investimenti, come iper e superammortamenti: «Servono strumenti stabili per dare certezza agli imprenditori», ha detto.

Il messaggio del Tesoro è chiaro: il bilancio 2025 va letto come una manovra di continuità, che punta a sostenere la classe media e favorire gli investimenti. Ma i numeri dell’Ufficio parlamentare di Bilancio raccontano una realtà più sfumata: quella di un’Italia in cui il “ceto medio” rischia di restare un concetto più politico che economico.

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