BipopulismiLa strana amnesia dei libdem sulla legge elettorale

Fare come se l’acqua ci fosse, quando di fatto non c’è, rischia di rivelarsi autolesionistico, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Gaia Menchicchi

Nel corso del Linkiesta Festival, questo fine settimana, si sono alternati sul palco tutti i maggiori rappresentanti dell’area liberaldemocratica, terzopolista, riformista, ovunque e comunque collocati: da Carlo Calenda e Luigi Marattin, decisi a correre contro entrambi i poli, a Matteo Renzi, che intende costruire la sua Casa riformista dentro la coalizione di centrosinistra, a Pina Picierno e agli altri riformisti del Pd, decisi a fare altrettanto dentro il partito. Nessuno di loro ha risparmiato critiche agli altri, ma questa non è una novità, anche se colpisce sempre la strana simmetria di un sistema in cui a due coalizioni composte entrambe da partiti e leader schierati su posizioni diametralmente opposte praticamente su tutto, dalla politica estera all’economia, dalla giustizia all’immigrazione, corrisponde una costellazione di partiti e leader liberaldemocratici che la penserebbero allo stesso identico modo su ciascuna di tali questioni, ma insieme non riescono a prendere nemmeno un caffè.

Quello che però mi stupisce di più è che ciascuno di loro denunci senza esitazione i guasti del bipopulismo, della polarizzazione, di un dibattito pubblico che finisce sempre per ridurre tutto alla contesa tra opposti fanatismi, ma poi dimentichi di occuparsi della ragione strutturale che produce questo meccanismo, cioè il bipolarismo di coalizione figlio di trent’anni di leggi elettorali maggioritarie. I motivi di questa dimenticanza possono essere molti: la consapevolezza del fatto che si tratta di un argomento noiosissimo e di una battaglia quasi impossibile da vincere; la renitenza a rimangiarsi anni di slogan e dichiarazioni di principio in senso opposto; magari anche l’illusione di poter trarre qualche vantaggio dalla legge attuale o da una sua modifica (questo in verità è l’unico motivo che riterrei imperdonabile, oltre che foriero di amarissime delusioni). Personalmente credo che alla fine la logica del sistema elettorale farà premio su tutto e alle prossime politiche non resterà spazio per terzi poli fuori dagli schieramenti, ma questo sarebbe il meno. Il punto è che lo stesso vale per ciascuna delle battaglie che i liberaldemocratici vorrebbero condurre: come si fa a non vedere che è la logica del sistema bipolare a togliere l’acqua in cui vorrebbero nuotare? Ostinarsi a fare come se l’acqua ci fosse, mentre di fatto non c’è, immaginando un dibattito sul merito delle proposte in cui sia possibile uscire dalla logica dei blocchi contrapposti rischia di rivelarsi autolesionistico. Faccio un esempio semplicissimo: io personalmente, e come me anche diversi lettori, sarei propenso a votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere, ma quasi certamente non lo farò, per i rischi di una deriva ungherese (o trumpiana) che questo governo manifesta da tempo in mille modi, sulla giustizia e non solo. Naturalmente può anche darsi che i miei timori siano eccessivi, ma di sicuro non mi convinceranno ad abbandonarli le prediche e gli ammonimenti a concentrarmi sul merito, e tanto meno le lezioncine sull’inesistenza di simili rischi e le false analogie con l’antiberlusconismo di dieci o venti anni fa.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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