Luna stortaLa presunta invincibilità di Meloni è già svanita

I segnali dalle Regioni mostrano crepe nel mito della premier, e mettono in allarme Fratelli d’Italia e i suoi alleati. Tra candidati locali sbagliati, riforme fantasma e nervosismi interni, la premier entra in una fase nuova e molto più incerta

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La luna di miele è finita. Intendendo per luna di miele quel periodo particolare in cui va tutto a meraviglia e il popolo si fida, gli amici srotolano i tappeti, i nemici sono imbambolati. Nulla di irreparabile, intendiamoci, però pare che Giorgia Meloni abbia svoltato l’angolo e là dietro ci sia terra incognita.

Il segnale del voto in Campania, Puglia e Veneto ha innervosito l’ambiente dei Fratelli, gente che comincia a sentire il fiato di un’opposizione che ha ripreso colore e di un Matteo Salvini che si fa forte con i voti di Luca Zaia: viene accreditata in questo senso la mossa della Lega di stoppare la nuova legge contro la violenza sessuale. Bruttissimo è veder improvvisamente illanguidire le luci della ribalta, sentire che il tocco di Re Mida ora trema per la paura di perdere: l’invincibile armata di via della Scrofa mostra falle impreviste, e tornare nel sottoscala della politica dopo anni di terrazze assolate è l’incubo dei post-missini di ultima generazione.

Non è finita, è chiaro. Lei può sempre raddrizzare la situazione – magari a sinistra le daranno una mano – e continuerà a girare il mondo, dopo anni di periferie, a giocare alla statista tra americani, tedeschi, inglesi, chi lo avrebbe mai detto: eppure dietro la scorza qualcosa ha preso ad agitarsi, l’immenso potere comincia a scricchiolare come fanno la notte certi mobili antichi. «Cambiamo la legge elettorale», ha detto lunedì uno stralunato Giovanni Donzelli dopo il primo exit poll: okay, ma alla fin fine se avete meno voti di quegli altri perdete lo stesso, collegi o non collegi. Non si tratta più solo della sindrome dell’assedio, qui serpeggia il terrore che gli elettori non bastino, che a differenza dei vecchi film western “i nostri” non arrivino.

D’altra parte, cercare gloria all’estero non è possibile. Tentenna oggi. tentenna domani, non conta più niente, Meloni, se mai ha contato. Ieri almeno pareva la donna forte, oggi la donna incerta, sempre meno volenterosa, in tutti i sensi. Le riforme serie non sa nemmeno da che parte stanno, il premierato è un’incognita, e il nome sulla scheda non ci sarà; e con quest’aria strana non è scontato che vinca il Sì al referendum sui magistrati. La gente si lamenta ad alta voce, negli uffici, nei supermercati, sui pianerottoli: dov’è il benessere promesso?

Emerge in queste ore che il refrain da Transatlantico, secondo il quale lei è brava e i suoi sono mezze calzette, non risponde del tutto al vero: è lei che sbaglia in prima persona. Una che punta sulla rimonta in Campania grazie alla promessa del condono non ha capito che non funziona più così. Una che manda allo sbaraglio un viceministro degli Esteri, quell’Edmondo Cirielli cui Roberto Fico, non Aldo Moro, ha dato venti punti, non ha idea della situazione. Dalla radiosa scelta dello sconosciuto Enrico Michetti a Roma al pallido Cirielli in Campania c’è una continuità meloniana nello sbagliare i candidati. Quanto poi a vagheggiare il sorpasso alla Lega in Veneto è spiegabile solo col delirio di onnipotenza.

L’anatema renziano – «Puff, è la fine dell’incantesimo della Meloni» – è ovviamente da verificare, ma lo ha scagliato uno che di salite e discese ne sa abbastanza, e comunque la sensazione che qualcosa tra Giorgia Meloni e il Paese si sia se non rotto almeno scheggiato deve averla anche lei, se non è proprio fagocitata dal suo narcisismo, che nella storia delle leadership politiche è sempre stato il più fedele alleato delle cadute improvvise. Deve dunque fare i conti, la presidente del Consiglio, con il fatto che adesso si apre una fase diversa e più faticosa. Nella quale occorrerebbero realizzazioni concrete più che balletti sui palcoscenici. Ma cosa inventarsi? Questo, Giorgia, non lo sa.

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