Derby d’ItaliaIl governo pensa al Melonellum per arginare lo scricchiolio delle Regionali

Schlein ottiene il risultato che cercava e si propone come sfidante naturale della presidente del Consiglio, che non è contentissima. Ma Conte non molla, mantenendo la distanza strategica soprattutto sulla politica estera

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Un risultato nel complesso scontato. Alla fine, tre regioni a tre, l’Italia resta con un quadro politico che non subisce scossoni: non c’è una spallata al governo, ma neppure il fatto che il governo si rafforza. Semmai Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio che era andata a saltellare sul palco di Napoli al ritmo dello slogan adolescenziale «chi non salta comunista è», mostra qualche scricchiolio, surclassato in Veneto da un partito che si scrive Lega ma si legge Zaia: altro che derby, è stato un massacro. E qual è la reazione dei Fratelli d’Italia davanti al suo risultato deludente? Ovvio: cambiare la legge elettorale nazionale, perché questa – come fa notare anche il Pd – non aiuta il bis del 2022. Dunque sarà il Melonellum la nuova trincea di una destra che ormai vede grossi buchi di consenso in una buona parte del Mezzogiorno, oltre che del Centro Italia.

Allora, al lavoro e alla lotta per una nuova legge che, con il quaranta per cento dei voti alla coalizione, fa scattare il cinquantacinque per cento dei seggi, mentre è sempre in bilico la questione del nome del premier sulla scheda, che la presidente del Consiglio tanto vorrebbe ma gli alleati no. Ma quello che più emerge dal voto di ieri in Puglia e Campania (e persino un pochino in Veneto) è che il Pd si sente rinfrancato dai molti voti ottenuti. È quello che Elly Schlein si aspettava, e che ieri le ha fatto dire che «la partita è apertissima», che «l’alternativa c’è»: ed è anche l’ora delle piccole vendette del Nazareno (impersonato da un Igor Taruffi molto «nella parte») contro chi critica la segretaria, ritenuta da molti, anche all’interno del suo partito, semplicemente unfit.

La numero uno del Pd ora partirà lancia in resta come se fosse già insignita del ruolo di sfidante di Giorgia Meloni (compito che si è prefissata da tempo). Nessuno dubita, da quelle parti, che Elly Schlein sarà la candidata premier, essendo la leader del partito nettamente più forte. Un criterio di cui Giuseppe Conte si infischia, come “Il giovane Holden”, tanto più ora che ha portato alla guida della Regione Campania il suo Roberto Fico e una discreta mole di voti nella sua Puglia (dove pure il Pd, con annessi e connessi, è ben oltre il trenta per cento).

Un po’ di ossigeno per Schlein non significa dunque un Conte più malleabile, e nemmeno aver risolto il problema di una pericolosa competizione con l’avvocato del populismo, né aver chiarito il metodo della scelta. L’aria è comunque quella di un match tra la leader del Pd e l’ex premier Cinquestelle: sarà solo un effetto psicologico, ma dopo il voto di ieri lo spazio per una candidatura terza (Gaetano Manfredi, Silvia Salis, lo stesso Antonio Decaro) sembrava ridotto. Ma è da segnare la nuova performance in Campania di Casa riformista e dei socialisti.

Il punto politico vero resta quello, drammatico, del disaccordo sui temi decisivi come la politica estera. Se prendiamo la questione dell’Ucraina, crucialissima in questa fase, il baratro tra chi è dalla parte di Kyjiv senza se e senza ma (riformisti dem), chi non è insensibile alle mire del Cremlino (Conte) e chi tentenna (Schlein, assente come tutta la segreteria al sit-in di domenica a Roma) potrebbe far perdere consensi al campo largo: ma è solo un esempio. L’aria è più serena a sinistra, molto meno a Palazzo Chigi. Ma è tutta da giocare, la partita.

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