Rassegna stampa internazionale Servitevi, che si fredda

Dal Sudafrica che riscrive l’etica del vino al Regno Unito dove la terra lavora, ma non paga, passando per virus che non mollano, frutti che profumano di dollari e Amazzonia che resiste tra una trivella e l’altra. Cinque notizie, da gustare calde, per capire come gira il mondo questa settimana

unsplash
unsplash

Iniziamo dal polmone verde del mondo, che tira un sospiro — ma a metà. Secondo la FAZ, tra agosto 2024 e luglio 2025 la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è scesa dell’undici per cento toccando il livello più basso degli ultimi dieci anni. Un bel risultato per il presidente Lula, che punta alla leadership climatica globale in vista della COP30. Ma non è tutto oro quel che luccica: allo stesso tempo, il governo ha dato via libera a nuove concessioni petrolifere in piena area amazzonica. Più che una svolta green, sembra un pas de deux: un passo avanti e uno indietro, tra esigenze ambientali e pressioni economiche. Il rischio? Che la narrazione sostenibile diventi solo una facciata — con sotto, ancora, l’odore del greggio.

Più a sud, tra i filari sudafricani, il vino cambia direzione. Come riporta Food for Mzansi, l’industria vitivinicola del Paese ha appena pubblicato il suo primo “Position Paper ESG”: un documento guida che fissa principi di sostenibilità, giustizia sociale e trasparenza. Un programma completo che mira al miglioramento delle condizioni dei lavoratori agricoli, alle tecniche di coltivazione rigenerative fino alla rendicontazione pubblica dei processi. Una svolta tanto più significativa in un settore storicamente segnato da disuguaglianze post-apartheid. L’obiettivo? Costruire un modello enologico che non solo produca buoni vini, ma lo faccia in modo etico, partecipato e replicabile.

Se invece di botti e fermentazioni parlassimo di piume e virus, il clima cambierebbe. Come in Francia, dove l’influenza aviaria continua a colpire duro. Secondo Le Monde, a dieci anni dalla sua prima comparsa, il virus non accenna a scomparire: anzi, torna a minacciare gli allevamenti di pollame e in particolare la produzione di foie gras, che resta un pilastro (e una spina) dell’agroalimentare d’Oltralpe. Non sono bastati i confinamenti invernali, né le vaccinazioni obbligatorie: i focolai persistono, soprattutto in aree a elevata densità zootecnica. Il problema non è solo sanitario: l’intera filiera del foie gras è messa in discussione. Come tutelare un’eccellenza gastronomica senza renderla impraticabile sotto il peso delle misure di contenimento? La sfida è tutta qui: bilanciare sicurezza e continuità produttiva.

Intanto, in Vietnam, il frutto più controverso del Sud-est asiatico — il durian, amato e odiato per il suo profumo pungente — diventa moneta sonante. Secondo il reportage della South China Morning Post, un agricoltore di Bảo Lộc ha trasformato la sua piantagione in una miniera d’oro: circa 30.000 dollari l’anno per ettaro, grazie alla varietà Monthong destinata al mercato cinese. Il fenomeno si allarga: sempre più agricoltori abbandonano colture storiche come caffè e anacardi per inseguire la febbre del durian. Ma con l’export arrivano anche vincoli fitosanitari strettissimi e una forte dipendenza da Pechino. Quando tutta la filiera dipende da un solo compratore, il guadagno di oggi può diventare il problema di domani.

E infine, il Regno Unito, dove a essere in crisi non è il raccolto, ma chi lo raccoglie. Secondo The Guardian, un terzo degli agricoltori britannici non ha generato alcun profitto nell’ultimo anno. Le cause sono note: fine dei sussidi post-Brexit, ritardi nei programmi ambientali, aumento dei costi. Ma il dato più inquietante è un altro: il sessantuno per cento degli agricoltori segnala un peggioramento della propria salute mentale. Il settore si svuota, i giovani non subentrano. Il governo promette nuovi fondi, ma la fiducia — quella sì — è in recessione. E non si coltiva con l’ottimismo, purtroppo.

X