L’America Latina non ha mai avuto il lusso della stabilità ideologica. La sua storia politica non è una linea retta ma una ferita che si riapre a intervalli regolari. Un pendolo politico che oscilla sempre tra due opposti e raramente si ferma in mezzo. Ogni promessa mancata di riforma ha portato con sé una svolta reazionaria, ogni stagione di ordine imposto ha generato una rivolta morale e sociale. Non a caso, golpe è una parola sudamericana. I colpi di Stato non sono stati deviazioni occasionali ma strumenti ricorrenti, soprattutto negli anni della Guerra fredda, quando la paura del cambiamento valeva più della democrazia.
Quando la sinistra ha avanzato, lo ha fatto come risposta all’ingiustizia, alla povertà, all’esclusione. Ma non ha mai cancellato del tutto l’altra metà del continente, quella conservatrice, pronta a riemergere nei momenti di crisi, quando l’insicurezza prende il posto della speranza. Anche negli anni della cosiddetta marea rosa nei primi Duemila, quando sembrava che il segno della storia fosse definitivamente orientato a sinistra, la destra non è mai scomparsa.
La vittoria netta di José Antonio Kast in Cile ha diviso in due la mappa politica del Sud America. A sinistra, lungo la costa del Pacifico e poi giù fino al Cono Sud, si vedono ormai soprattutto governi conservatori: il Cile, l’Argentina, il Perù, l’Ecuador, la Bolivia che ha chiuso il lungo ciclo socialista, il Paraguay e l’Uruguay. Sull’altro lato della mappa, a destra, restano ancora governi di sinistra o centrosinistra come Brasile, Colombia e Venezuela. Ma l’equilibrio è fragile. Brasile e Colombia andranno al voto nel 2026 e il tema della sicurezza è già centrale nel dibattito politico. Il Venezuela, invece, è un caso a parte: sempre più isolato e sotto forte pressione internazionale, soprattutto da parte degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump.
Come spiega Foreign Affairs in un ampio approfondimento sul nuovo conservatorismo latinoamericano, la destra sta vivendo una fase che non appare come un semplice ciclo pendolare. L’identificazione con posizioni di destra ha raggiunto livelli che non si vedevano da oltre vent’anni. Il consenso verso soluzioni semi-autoritarie è cresciuto assieme all’erosione della fiducia nelle istituzioni democratiche. Non si tratta solo di votare contro chi governa, abitudine storica nella politica latinoamericana, ma di una ridefinizione delle aspettative su cosa lo Stato debba fare prima di ogni altra cosa: garantire sicurezza, anche a costo di comprimere diritti.
Secondo i dati del Barómetro de las Américas, in molti paesi latinoamericani oltre il 40 per cento degli intervistati indica oggi la sicurezza e la criminalità come il principale problema nazionale, davanti a povertà, inflazione e occupazione. È su questo terreno, più che su quello ideologico, che si stanno ridefinendo gli equilibri politici del continente. Questo perché negli ultimi dieci anni l’America Latina è diventata più violenta anche rispetto ai propri standard storicamente elevati, e i numeri aiutano a capire perché. Pur rappresentando circa l’8 per cento della popolazione mondiale, la regione concentra stabilmente intorno al 30 per cento degli omicidi globali. Il tasso medio supera i 20 omicidi ogni 100.000 abitanti, più di tre volte la media mondiale. La produzione e il traffico di droga sono cresciuti in modo significativo, fornendo alle organizzazioni criminali risorse senza precedenti e permettendo loro di espandersi oltre il narcotraffico tradizionale.
Le reti criminali si sono diversificate e radicate anche nell’economia legale, estendendo il controllo su porti, snodi logistici e territori prima marginali. Paesi come Cile, Ecuador, Costa Rica e Uruguay, a lungo considerati relativamente sicuri, hanno registrato negli ultimi anni aumenti marcati degli omicidi e della criminalità organizzata, soprattutto nelle aree costiere e urbane.
Il successo simbolico del modello di Nayib Armando Bukele a El Salvador ha avuo un peso centrale nel cambiare la narrazione. Il drastico calo degli omicidi ottenuto attraverso una repressione senza precedenti ha creato un benchmark politico che molti leader cercano di imitare, almeno sul piano retorico. Anche dove i risultati sono molto più incerti, come in Ecuador o in Perù, l’idea di una risposta muscolare resta elettoralmente potente. Purtroppo la promessa di ordine appare oggi più credibile della promessa di riforme strutturali.
La crisi della sinistra latinoamericana ha accelerato lo spostamento a destra. Dopo l’ondata progressista degli anni Duemila, molti governi non sono riusciti a tradurre crescita e redistribuzione in istituzioni più forti e servizi più efficaci. Gli scandali di corruzione, la stagnazione economica seguita alla fine del superciclo delle materie prime e il collasso di esperienze come quelle venezuelana e cubana hanno pesato sull’immaginario collettivo. Anche leader moderati vengono spesso percepiti come parte di un campo politico incapace di rinnovarsi e di affrontare problemi immediati
Una sua parte la fa anche l’effetto Trump. Gli Stati Uniti sono tornati a intervenire pesantemente nella regione, a partire dal Venezuela, tornando centro di gravità della politica latinoamericana. I governi che si allineano sulle priorità statunitensi in materia di sicurezza, migrazione e lotta al narcotraffico vengono ricompensati con cooperazione, finanziamenti e legittimazione diplomatica, mentre chi resiste in modo isolato rischia sanzioni, pressioni economiche o marginalizzazione.
Tutto questo non significa che l’America Latina sia destinata a una svolta autoritaria uniforme. La sinistra resta competitiva in diversi paesi, e l’elettorato latinoamericano è notoriamente volatile. Gli stessi governi di destra sono sottoposti a un giudizio rapido e severo: se non riducono il crimine o peggiorano le condizioni di vita, rischiano di essere sostituiti con la stessa velocità dei loro predecessori. Ma oggi la domanda di sicurezza struttura il campo politico più di qualsiasi altra questione, e finché questa domanda resterà insoddisfatta, il baricentro del continente continuerà a spostarsi verso destra, non per entusiasmo ideologico ma per mancanza di alternative.