Una delle scene più potenti e significative della prima stagione di “The Young Pope” di Paolo Sorrentino mostra il Papa che medita nel suo studio e poi guarda fuori dalla finestra, di fronte a una Piazza San Pietro buia e desolata. Nella piazza deserta alcuni venditori dello Sri Lanka continuano imperterriti a lanciare le loro girandole ascendenti, senza che nessuno possa ammirarle o volerle comprare. Questa videoinstallazione si ricollega direttamente al ritornello della canzone di Nada Senza un perché, quando dice: «tutta la vita gira senza un perché; e tutto viene dal niente, e niente rimane senza te».
Si tratta di un’ode al nichilismo occidentale, che descrive la vita come una continua oscillazione tra essere e nulla. La stessa oscillazione che Emanuele Severino individua nello sviluppo della tecnica, col suo progetto di suddivisione della totalità dell’essere nelle singolarità degli enti, al fine di esercitare un controllo sempre più pervasivo da parte dell’uomo e della società sull’esistenza: «l’apertura dell’orizzonte del divenire degli enti – cioè della loro uscita e ritorno nel nulla – è la condizione fondamentale del rilascio della volontà di potenza».
Solo l’amore può resistere a questo incessante movimento di attualizzazione della volontà di potenza, ricollegando gli enti nella dimensione generale dell’essere. Sempre Severino ha sottolineato l’origine etimologica di Occidente come «Occaso», ovvero la terra del tramonto, e dunque della crisi come tramonto della terra del tramonto, che diventa ancor più palese da quando la tecnica lascia l’Occidente per abbracciare le potenze emergenti.
Pochi anni dopo un’altra immagine, questa volta del vero Papa, esprime in modo potente e scenografico un isolamento universale. Come se i tanto desiderati confini dei nostri Stati, veementemente rivendicati dai sovranisti, a un certo punto si fossero ristretti al prodotto più rappresentativo della modernità occidentale: l’individuo. La solitudine cosmica di Papa Francesco davanti al suo Dio esprime tutta la fragilità di questo nuovo Ecce homo, di un’umanità abbandonata a se stessa e colpita dalla violenza del virus, che non ha altra arma di difesa se non il proprio autoisolamento. Il vuoto totale che circonda l’immagine del Pontefice crea un effetto ascensionale molto più efficace di qualsiasi monumento gotico.
Se la storia della filosofia e delle scienze sociali ha insistito sulla natura sociale dell’uomo, a partire dal famoso «animale sociale» di memoria aristotelica, le dinamiche del contagio mostrano invece che la salvezza non è negli altri e forse nemmeno nell’Essere superiore delle religioni monoteistiche, che a ben vedere è un maestro in fatto di isolamento. L’unica risposta al potere mediale e trasformativo del virus è l’isolamento dal resto del mondo di fronte a un dio palesemente «non interventista», come il dio di Nick Cave in Into My Arms.
La crisi pandemica è stata molto più che un campanello d’allarme: si è trattato di un esperimento fulmineo di reverse engineering della globalizzazione. Nonostante la sequenza di crisi epocali che hanno impattato violentemente il sistema della globalizzazione, la retorica globalista è andata avanti incessantemente celebrando le magnifiche sorti e progressive di questo modello.
Riflettere sulla deglobalizzazione non vuol dire certo assecondare i partiti sovranisti e populisti nel loro approfittare delle grandi crisi per fare incetta di voti. Vuol dire, in primis, ripensare il modello della globalizzazione che ha tradito molte delle sue promesse, ma vuol dire anche ammonire sui possibili rischi di una transizione verso un nuovo ordine globale dominato da megaorganismi e poteri autocratici, o meglio tecnototalitari, che tenteranno di far sopravvivere pezzi di globalizzazione funzionali al proprio tornaconto.
Nel sottotitolo parla di immagini proprio perché parecchi episodi che hanno caratterizzato queste svolte traumatiche passano per rappresentazioni mediali che hanno saputo suscitare forti reazioni da parte dell’opinione pubblica. In altri casi, come per esempio nella guerra in Ucraina, è proprio l’assenza di immagini «iconiche» che ci costringe a riflettere sulla profondità del fenomeno. L’era della deglobalizzazione ha preso piede con il nuovo millennio ed è passata per almeno cinque crisi: l’undici settembre, la crisi finanziaria del 2008, l’emergenza migratoria/Brexit, la pandemia e, infine, la guerra in Ucraina. La fase attuale è la più acuta, la più caotica, ma anche la più significativa per chi intende studiare le tendenze future.
Tratto da “Deglobalizzazione” di Nello Barile, Egea, 144 pagine, 14,49 euro
