Armi di distrazioneL’inutile emendamento della destra sull’oro della Banca d’Italia

La modifica voluta dal partito di Meloni non cambierà il destino né i numeri della legge di bilancio. Le riserve auree, in realtà, sono già patrimonio degli italiani, ma non sono nelle disponibilità operative dell’esecutivo. Eppure Giorgetti vuole portare a casa il risultato politico

(Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Giancarlo Giorgetti vuole portare a casa il risultato politico. L’emendamento di Fratelli d’Italia sulla «proprietà» dell’oro di Bankitalia di certo non cambierà il destino né i numeri della legge di bilancio. Ma a margine della riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles, il ministro dell’Economia proverà a risolvere in extremis la questione con la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde.

Nonostante la riformulazione del Mef, l’Eurotower ha confermato il suo no. Il parere di Francoforte, in ogni caso, non è vincolante. Ma il ministro spera comunque in una risoluzione pacifica, che in Italia farebbe parlare di una vittoria dei sovranisti.

L’emendamento presentato dal senatore Lucio Malan, nato da una vecchia ossessione del partito della premier, diceva che «le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano». La Bce ha poi chiesto modifiche all’Italia, dopo aver dato un primo parere negativo, specificando che la norma poteva essere in contrasto con i trattati europei e l’indipendenza di Bankitalia. Oltre il fatto che non era chiara la finalità della proposta. La nuova versione del testo, rivista dal Mef, esplicita il fatto che l’emendamento non prevale sulle norme europee, che tutelano l’indipendenza delle banche centrali. Nel secondo parere negativo, però, la Bce ha confermato che l’emendamento potrebbe ridurre l’indipendenza della Banca d’Italia e che le modifiche al testo ancora non chiariscono quale sia la concreta finalità della proposta.

In una lettera, Giorgetti ha risposto alla richiesta di chiarimenti della Bce spiegando che l’emendamento vuole specificare che «la disponibilità e gestione delle riserve auree del popolo italiano sono in capo alla Banca d’Italia» e in conformità con i trattati europei. Nel pieno rispetto, quindi, degli articoli 127 e 130 del Trattato sul funzionamento del Sistema europeo di banche centrali.

Con o senza l’ok di Lagarde, la proposta di Fratelli d’Italia, fatta propria poi anche dalla Lega, potrà comunque andare avanti in Senato, nonostante le proteste delle opposizioni. Il governo, però, vuole portare a casa il risultato. E avere il via libera di Francoforte ha un peso politico oltre che simbolico.

Ma una cosa è certa: comunque vada a finire, la questione della proprietà delle riserve auree non cambierà il perimetro della mini-manovra di bilancio che il governo si appresta ad approvare. L’emendamento sembra più che altro un diversivo.

Anche perché dire che l’oro è del popolo italiano è una cosa, ma venderlo per finanziarsi è un’altra. E il governo non potrà farlo. Una volta approvato l’emendamento, infatti, i lingotti d’oro non saranno certo a disposizione del governo, ma resteranno comunque nelle mani della Banca d’Italia, che è un organo distinto dallo Stato. L’articolo 127 del Trattato sul funzionamento del Sistema europeo di banche centrali definisce la proprietà dell’oro. Lo Stato non può dire alla Banca d’Italia cosa fare di quell’oro. Ma, in realtà, nessuno può farne ciò che vuole, nemmeno Bankitalia stessa. Tutte le operazioni che riguardano le riserve sono infatti «soggette all’approvazione della Bce al fine di assicurarne la coerenza con le politiche monetarie e del cambio dell’Unione».

E anche se governo e Bankitalia dovessero essere d’accordo, le riserve auree comunque non possono essere usate per finanziare la spesa pubblica. Il divieto di finanziamento monetario agli Stati è un pilastro dei Trattati. Con o senza emendamento di Fratelli d’Italia, l’oro è già patrimonio degli italiani, ma non è nelle disponibilità operative del governo di turno. La sua gestione è vincolata da norme europee, concepite per tutelare la stabilità dell’area euro.

Nel 1999, Gordon Brown, ministro britannico delle Finanze del governo Blair, decise di vendere 401 delle 715 tonnellate che la Banca di Inghilterra conservava nei forzieri. Il risultato fu un crollo dei prezzi ai minimi. Negli anni, poi, sono state Francia, Svizzera e Spagna a vendere parte delle loro riserve auree, incassando anche loro un bel po’ di perdite. Finché dopo la crisi finanziaria innescata dal fallimento Lehman Brothers le vendite si sono azzerate e l’oro è stato rivalutato come bene rifugio, fino ai livelli di prezzi record attuali. L’unica a continuare a vendere piccole quantità di lingotti ogni anno, d’accordo con la Bce, resta la Germania. L’Italia, invece, al terzo posto mondiale dopo Stati Uniti e Germania con 2.450 tonnellate pari a 197,945 miliardi di euro, non ha mai venduto il suo oro.

Se il governo potesse davvero spendere le riserve auree per costruire il ponte sullo Stretto o abbassare le tasse, l’Italia darebbe un grande segnale di debolezza della sua stabilità finanziaria e aprirebbe uno scontro istituzionale sull’indipendenza delle banche centrali. Uno scenario che Giorgetti non prende assolutamente in considerazione. Quello che conta è solo il risultato simbolico.

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