La narrazione internazionale dipinge il presidente del Venezuela Nicolás Maduro come il capo del “Cartel de los Soles”, oggi trattato apertamente dagli Stati Uniti come una struttura terroristico-criminale. Nel 2025 il Dipartimento del Tesoro lo ha inserito tra gli “specially designated global terrorist” e poi designato il gruppo come Foreign Terrorist Organization, con una taglia fino a cinquanta milioni di dollari sulla sua testa. In realtà, più che un cartello monolitico, il “Cartel de los Soles” è una rete di apparati militari e politici corrotti, non una struttura gerarchica paragonabile al cartello di Sinaloa. E il vero baricentro del potere non è solo Maduro, ma il cerchio ristretto che tiene insieme partito, forze armate, affari e relazioni con Russia, Cina, Iran e reti vicine a Hezbollah.
La figura più influente è Diosdado Cabello, ex vicepresidente, già presidente dell’Assemblea nazionale, oggi numero due del Partito Socialista Unito del Venezuela (in spagnolo Partido Socialista Unido de Venezuela, Psuv) e simbolo del chavismo duro. Sanzionato dagli Stati Uniti dal 2018 per corruzione e riciclaggio, Cabello è accusato di usare il suo ruolo per estorsioni e manovre finanziarie, coordinandosi con Tareck El Aissami e Maduro nella gestione dei proventi illeciti. È coimputato con Maduro nell’atto d’accusa federale di New York che descrive il Cartel de los Soles come una rete di alti funzionari che per vent’anni avrebbe facilitato le Farc nel traffico di coca verso gli Stati Uniti. Su di lui pende una taglia di dieci milioni di dollari.
Se Cabello è il braccio politico, Vladimir Padrino López è la garanzia militare del regime: ministro della Difesa dal 2014, fedele assoluto di Maduro, uomo che ha gestito la repressione interna e la difesa delle infrastrutture strategiche. È lui il punto di contatto con Mosca: sistemi antiaerei S-300 e Pantsir, caccia Su-30, radar, esercitazioni congiunte, produzione di fucili Kalashnikov. Negli Stati Uniti è incluso nell’inchiesta per narco-terrorismo legata al Cartel de los Soles, con una taglia fino a quindici milioni di dollari per presunto coinvolgimento nei flussi di droga.
Delcy e Jorge Rodríguez rappresentano il lato politico-diplomatico del cerchio magico. Delcy, vicepresidente ed ex ministra degli Esteri, gestisce i dossier economici e la relazione privilegiata con Mosca e Pechino, che resta il principale creditore della filiera petrolifera venezuelana. È sotto sanzioni da parte di Unione europea e Stati Uniti per repressione interna e smantellamento delle istituzioni democratiche. Jorge, presidente dell’Assemblea nazionale e negoziatore nei dialoghi con l’opposizione, è considerato il regista della normalizzazione internazionale: volto moderato nei negoziati, accusato però di manovre elettorali, disinformazione e uso politico della giustizia.
La figura più controversa resta Tareck El Aissami, ex vicepresidente e poi potentissimo ministro del Petrolio, di origine siriano-libanese. Designato dagli Stati Uniti come “narcotrafficante di grosso calibro” già nel 2017, è accusato di aver usato il controllo di porti, aeroporti e basi aeree per facilitare spedizioni di droga verso Stati Uniti e Messico. Incriminato a New York per aver violato le sanzioni usando jet privati verso Russia e Turchia, ha una taglia da dieci milioni. Secondo varie inchieste giornalistiche e rapporti investigativi – contestati da Caracas – avrebbe anche facilitato il rilascio di passaporti venezuelani a individui legati a Hezbollah e ai Pasdaran, trasformando il Paese in una piattaforma logistica e finanziaria per Teheran; accuse non verificabili in modo indipendente e che il governo definisce costruzioni politiche.
Ciò che resta certo è l’asse tra Venezuela e Iran: voli diretti Mahan Air-Conviasa, poi aerocargo Emtrasur, schemi di scambio carburante-oro, supporto tecnico iraniano alle raffinerie e i voli fantasma Caracas-Damasco-Teheran, citati in vari dossier per il trasporto di merci sanzionate, tecnologie dual use e personale legato alle Guardie rivoluzionarie.
Sul piano militare e diplomatico il regime sopravvive grazie a Russia e Cina: Mosca fornisce armi, addestratori, intelligence e copertura all’Onu; Pechino ha prestato decine di miliardi garantiti dal petrolio e installato sistemi di sorveglianza e controllo sociale. Entrambe hanno usato veti e diplomazia economica per bloccare iniziative occidentali di cambio di regime.
In questo quadro, il Venezuela resta un corridoio chiave del traffico di cocaina verso Europa e Stati Uniti. Anche i rapporti più severi riconoscono che il “Cartel de los Soles” non è un cartello unitario guidato personalmente da Maduro, ma un mosaico di reti militari e di sicurezza che vendono protezione ai gruppi criminali e redistribuiscono rendite per mantenere lealtà e stabilità interna. Il “cerchio d’oro” – Cabello, Padrino, i Rodríguez, El Aissami e pochi altri – non opera come una banda classica: controlla pezzi interi dello Stato, coltiva rapporti con Mosca, Pechino e Teheran, e usa il marchio “Cartel de los Soles” come leva negoziale nello scontro con Washington. Ed è questo che li rende così pericolosi: anche se crollasse Maduro, loro resterebbero i garanti di un sistema criminal-statale che nessuno, finora, è riuscito a indebolire davvero.