Furbi d’ItaliaMeloni vince facile perché il campo largo non sa dire chi comanda e su cosa

In Parlamento, la premier martella sull’ambiguità tra Schlein e Conte, e incassa dividendi senza sforzo. Il Pd fa finta che il problema non esista e lascia all’avvocato del popolo il diritto di veto su tutto, dalla politica estera all’Ucraina

Lapresse

Giorgia Meloni vince facile. «Non vi riuscite a chiarire se siete alleati oppure no, uno dice sì e l’altro risponde non è vero: mi rendo conto che sulla politica estera sia ancora più complesso», ha detto ieri la Presidente del Consiglio a Montecitorio, in faccia al campo largo. Questo è il punto. Lo sanno tutti, a partire da Elly Schlein e Giuseppe Conte, che questo sarà il ritornello – efficace – della destra nei prossimi mesi. Qualunque cosa dirà l’opposizione, risponderà: chi è il vostro leader? E dunque qual è la vostra posizione?

Burocraticamente i dirigenti del Partito democratico fanno finta di credere che il problema non sia questo, e se gli poni la questione o non rispondono o replicano con un vedremo, alla Arnaldo Forlani.

È incredibile che gente esperta come Dario Franceschini, che ha dato un’intervista al Corriere giusto per rassicurare la segretaria che la candidata premier è lei, non capisca che il suo partito dovrebbe sottrarre alla destra questo vantaggio, e dunque mettere Conte con le spalle al muro.

Invece questi grandi professionisti della politica si fanno portare a spasso da un avvocaticchio che ormai li irride, un giorno li scavalca a sinistra, un altro li supera a destra – e sempre nel segno del trumputinismo –, flirta con quella rivista, Limes, da cui si dissociano le persone più serie, toglie l’immunità alla parlamentare europea Pd Alessandra Moretti per la farlocchissima inchiesta Qatargate. E il Nazareno sta a guardare.

L’effetto collaterale di questa testarda resa è un gran regalo a una premier che sa fare facili comizi, anche in Parlamento, dove c’è stato l’ennesimo dibattito deludente, e mentre Vladimir Putin dava dei «maiali» ai leader europei e Ursula von der Leyen annunciava la guerra ibrida, Schlein non diceva un granché sull’Ucraina e non una parola sulla strage antisemita di Sydney.

Meloni vince facile, nella sua mancanza di coraggio, perché quando hai di fronte un’opposizione che dopo tre anni si presenta testardamente in Aula con cinque mozioni diverse non occorre essere Bismarck per mettersela in tasca, basta una segretaria della sezione di Colle Oppio. Ormai nel campo largo nemmeno ci provano a mettersi d’accordo sulla politica estera, ed è persino ovvio dato che la mozione di Conte è del tutto sovrapponibile alle posizioni del Cremlino, dunque inaccettabile persino per Peppe Provenzano e Sandro Ruotolo.

Nella maggioranza sono più furbastri, i loro documenti unitari dicono e non dicono. La terza via sarebbe quella della buona politica: avere una posizione chiara, europeista, che è poi quella che Sergio Mattarella va spiegando in ogni occasione riassumibile nella frase «non si cambiano i confini con la forza». Tutto il resto ne discende, compresa la politica di riarmo europeo e, intanto, nazionale. Se non si è d’accordo su questo, come si fa a chiedere il voto degli italiani? Soprattutto, come possono sperare, gli strateghi di Montepulciano e dintorni bonacciniani, di poter evitare la goccia cinese che Meloni scarica ogni giorno facendo pesare al centrosinistra la mancanza di un leader?

E gli italiani che non vorrebbero morire meloniani aspettano di capire quando e come si deciderà chi sfiderà nelle urne la premier. Che nella estenuante attesa vince facile, ogni volta.

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