Day afterIl duro risveglio di Kamala Harris dopo aver perso le elezioni

L’ex candidata del Partito Democratico alle presidenziali dell’anno scorso ha raccontato in “107 giorni” (La Nave di Teseo) le poche settimane a disposizione per fare campagna contro Trump. Ne anticipiamo un estratto

AP/Lapresse

Mi sono svegliata da un sonno breve e agitato, ancora incapace di credere a quello che era accaduto. La mia mente vagava tra scenari impossibili:

Non è vero.
Se è vero, come possiamo rimediare?
E se lo facessimo?
Potremmo farlo?

Ero imbarazzata nel rendermi conto di trovarmi nelle fasi di negazione e contrattazione del dolore, molto lontana dall’accettazione. Riuscivo a diagnosticare oggettivamente ciò che stavo vivendo. Non avevo alcuna cura per questo.

Ma per la nostra democrazia, per la mia dignità e per gli oltre settantacinque milioni di persone che avevano sostenuto e creduto nella nostra visione per il paese, dovevo superare il mio turbamento mentale personale e fare il mio lavoro.

E parte di questo consisteva nel ripristinare le norme di un trasferimento pacifico del potere che Trump aveva ignorato. Ho chiesto a Sheila di organizzare la telefonata di concessione, quella che Trump non aveva mai fatto a Joe Biden.

Era stata un’elezione equa, ho detto, e gli ho comunicato che avrei parlato di questo nel pomeriggio. Ho promesso che il presidente e io avremmo aiutato nella transizione, e naturalmente faciliteremo un trasferimento pacifico del potere”.

L’ho ringraziato per il suo appello all’unità. Spero davvero che sarai un presidente per tutti gli americani. Penso che il paese abbia davvero bisogno di un presidente che ci unisca, e spero che lo farai.” Sapevo, anche mentre lo dicevo, che si sarebbe rivelata una speranza vana.

Trump era espansivo e magnanimo nell’euforia della sua vittoria. Sarò molto gentile e rispettoso,” ha detto. Sei una persona forte e intelligente, e lo dico con grande rispetto. E hai anche un nome bellissimo. Ho imparato a pronunciarlo, è Kamala.”

Per una volta, lo ha pronunciato correttamente.

Adam Frankel aveva passato la notte a scrivere un discorso di accettazione della sconfitta. L’ho sfogliato, riuscendo a malapena a concentrarmi sulle parole. Ho chiamato Adam. Ho pensato che, forse, sarebbe stato più facile parlarne.

Come sta, signora?”

Non era il momento di crogiolarsi nei propri sentimenti. Avremmo potuto farlo più tardi. In quel momento, gli ho detto Dobbiamo superare questo discorso”.

Nel primo pomeriggio, il team si è riunito ancora una volta nella biblioteca. Volti pallidi e stravolti. Occhi stanchi. Sono entrata e ho abbracciato tutti, ringraziandoli. Poi ci siamo messi al lavoro.

La folla aveva già iniziato a radunarsi alla Howard. Ma il discorso non mi convinceva.

Facciamo un passo indietro rispetto a questa bozza,” ho detto. Cosa vogliamo davvero dire?” Non avevo guardato né letto le notizie. Come si sentono le persone – come si sente il paese?”

Tristi.”

Rassegnati.”

Kirsten: Ci sono diversi sentimenti: tristezza, rabbia, delusione, sgomento…”

Poi, con voce monotona, JOD ha detto:

Devastati.”

In qualche modo, quella sua parola evocativa e perfettamente azzeccata ha spezzato l’atmosfera desolata e tutti siamo scoppiati a ridere.

Be’, non faremo una festa di autocommiserazione. Non ho intenzione di salire sul palco e piangere. Sono orgogliosa della campagna che abbiamo fatto e del modo in cui l’abbiamo condotta.”

Ma questa non era un’elezione qualsiasi. Durante tutta la campagna elettorale avevo sostenuto che la posta in gioco in questa corsa era eccezionalmente alta. Avevo bisogno di trovare un modo per motivare le persone – specialmente i giovani – a proseguire in questa lotta. Volevo comunicare che la posta in gioco era ancora alta. Avevamo fatto qualcosa, avevamo realizzato qualcosa che non potevamo perdere in una sola notte.

L’avevamo detto, lo avevamo cantato, lo avevamo gridato a ogni singolo comizio:

Quando lottiamo, vinciamo.

C’erano tutte queste famiglie a quei comizi, tutti quei bambini. Non posso semplicemente dire che si vince qualcosa e si perde qualcosa. Non è questo il punto. Dobbiamo trovare un modo per conciliare ciò che mi hanno sentito dire e ciò che hanno cantato con la realtà che stiamo affrontando oggi.

A volte la lotta richiede tempo. Questo non significa che non vinceremo.”

Ed ecco il cuore del mio discorso di accettazione della sconfitta. Anche se avrei ceduto questa elezione, anche se avrei partecipato al pacifico trasferimento di poteri che distingue la democrazia dalla monarchia o dalla tirannia, non avrei ceduto la lotta che ha alimentato la mia campagna.

Adam ha controllato l’ora: il corteo di auto sarebbe partito dopo trenta minuti. Sono salita al piano di sopra e finalmente ho tolto l’abito color melanzana dall’appendiabiti. Ho ripassato mentalmente la bozza del discorso.

C’era ancora qualcosa che dovevo sistemare. Qualcosa che non andava bene.

Mentre scendevo verso le auto, ho visto Kirsten e Adam chini su un laptop nella veranda, intenti a dare gli ultimi ritocchi.

Togliete i riferimenti alle parole di Trump,” ho detto. Si percepisce amarezza.”

C’era una parte del discorso che parlava della limitazione dei nostri diritti e delle nostre libertà, ma avevo già detto tutto. Avevo perseguito il caso. Le elezioni erano finite. Andare contro Trump non era il compito di quella giornata. Quella giornata era dedicata a sollevare il morale dei nostri sostenitori.

Fuori, il corteo di auto era al completo e in attesa, ma dovevo fare le cose per bene. Ho detto a Adam quali modifiche volevo. Abbiamo inviato metà del discorso al gobbo elettronico e abbiamo fornito a Adam un hot-spot sicuro in modo che potesse lavorare sulla seconda metà e inviarla dall’auto.

Nella sala d’attesa della Howard si erano riuniti i famigliari stretti. Poi è arrivata la famiglia Walz.

Tim ha detto semplicemente: Mi dispiace.”

Sua figlia Hope era sconvolta. Singhiozzava. L’ho abbracciata e le ho detto dolcemente: Non siamo sconfitti. Il nostro spirito non è sconfitto. Hai un futuro davanti a te, tante cose per cui lottare.”

Alle 16:24, al ritmo percussivo della banda musicale della Howard, ho attraversato il lungo palco foderato di blu che avevamo costruito in mezzo a quella folla che applaudiva e piangeva. L’arcivescovo Óscar Romero una volta ha detto: Ci sono molte cose che possono essere viste solo attraverso gli occhi che hanno pianto.”

In quel mare di volti, quattro file più indietro, ho riconosciuto mia zia Lenore, la migliore amica di mia madre quando erano studentesse insieme a Berkeley, due giovani idealiste che lottavano per i diritti civili. Si era fatta strada tra la grande folla, senza preavviso, non per sedersi nella sezione vip, ma solo per stare lì, sorridermi, dirmi Andrà tutto bene, sono orgogliosa di te e sono qui.

Quel giorno, il mio compito era mostrare a tutti, specialmente ai giovani, che per quanto feriti e traumatizzati ci sentissimo, non ci saremmo tirati indietro dalla lotta.

Potrebbe volerci un po’ di tempo.

Ma vale sempre la pena di lottare per il nostro paese.

E vinceremo.

Traduzione di Stefano Travagli e Salvatore Serù

Per gentile concessione della Nave di Teseo
© 2025 La nave di Teseo editore, Milano – published by arrangement with Berla & Griffini Rights Agency

Tratto da “107 giorni” (La Nave di Teseo), di Kamala Harris, pp. 432, 20,90€

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