Decadimento democraticoLa svolta illiberale di Trump è pericolosa, ma non è definitiva

Gli Stati Uniti stanno diventando sempre più simili a un’autocrazia, con una trasformazione fatta di piccoli atti politici che ridefiniscono il rapporto tra i poteri dello Stato. Ma, spiega Foreign Affairs, se le istituzioni e cittadini reagiscono per tempo si può ancora tornare indietro

AP/Lapresse

La seconda presidenza di Donald Trump sta trasformando gli Stati Uniti. Il Paese simbolo della democrazia liberale sta sprofondando in quello che gli analisti della politica chiamano “autoritarismo competitivo”, un sistema in cui i partiti competono alle elezioni come hanno sempre fatto, ma i governanti in carica abusano sistematicamente del loro potere per punire gli avversari politici e sbilanciare il campo di gioco a loro favore. Sono abitudini tipiche di Paesi che possiamo considerare democratici solo in parte, come la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan o l’India di Narendra Modi.

Questo scivolamento illiberale è stato evidente fin da subito. Dopotutto, Trump l’aveva promesso già in campagna elettorale, per sobillare una parte dell’America profonda che sentiva il bisogno di attaccare la sinistra, le istituzioni e altri nemici più o meno immaginari.

Dal giorno dell’insediamento, l’amministrazione ha fatto un uso esteso dell’apparato giudiziario per colpire avversari politici, ha fatto pressione su agenzie federali tradizionalmente indipendenti e ha adottato una retorica aggressiva contro media, magistratura e Congresso, ridisegnando i rapporti di forza tra le parti.

«Non solo gli Stati Uniti hanno seguito, sotto Trump, un percorso simile ad altre autocrazie, ma la loro svolta autoritaria è stata più rapida e di più ampia portata rispetto alla norma», scrivono Steven Levitsky, Lucan A. Way e Daniel Ziblatt in una lunga analisi su Foreign Affairs.

Nel loro articolo, i tre autori ricostruiscono tutti i passaggi in cui la presidenza Trump ha mostrato i tratti dell’autoritarismo compiendo operazioni al limite della legalità – spesso oltre – per perseguire i suoi obiettivi. Si parla della rimozione di funzionari pubblici dal Dipartimento di Giustizia, dall’Fbi e da altre agenzie governative per sostituirle con persone più leali alla presidenza sebbene meno qualificate. Si parla dei funzionari pubblici già in carica che si sono rifiutati di fare ciò che veniva loro richiesto sono stati rimossi dal loro lavoro e sostituiti con altri uomini più obbedienti. Su ordine di Trump sono anche state avviate indagini su decine di personaggi pubblici considerati nemici politici, tra cui Letitia James, procuratore generale dello Stato di New York; il senatore Adam Schiff, democratico della California; Jack Smith, che ha ricoperto il ruolo di procuratore speciale presso il Dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione Biden; il filantropo George Soros; ex funzionari di Trump diventati critici, come James Comey, John Bolton, Christopher Krebs e Miles Taylor.

L’elenco sarebbe lunghissimo. Ci sono ancora la lotta alla stampa, alla scienza, alle università, ai movimenti politici di opposizione. Storie che abbiamo raccontato spesso e volentieri anche qui a Linkiesta.

L’amministrazione Trump ha anche cercato di politicizzare le forze armate, solitamente elemento indispensabile di ogni scivolamento illiberale di un regime. «Per impedire che l’esercito venisse utilizzato come arma per fini politici», si legge ancora su Foreign Affairs, «gli Stati Uniti e altre democrazie consolidate hanno sviluppato forze di sicurezza professionalizzate e elaborato leggi e regolamenti per proteggerle dall’influenza politica. Gli autocrati cercano spesso di abbattere queste barriere istituzionali e di usare le forze di sicurezza come arma. Lo fanno creando nuove agenzie di sicurezza o trasformando radicalmente quelle esistenti per eludere i quadri giuridici e i meccanismi di controllo consolidati. L’espansione dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) da parte dell’amministrazione Trump e la sua trasformazione in una forza paramilitare scarsamente regolamentata ne sono un chiaro esempio».

La storia degli Stati Uniti è piena di esempi di comportamenti antidemocratici e palesi violazioni dei diritti. Si va dalle leggi Jim Crow negli Stati del Sud, la Paura Rossa del 1919-20, la lista nera dei sospetti comunisti durante l’era McCarthy (anni Cinquanta), la sorveglianza illecita dell’Fbi nei confronti di attivisti per i diritti civili negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma gli abusi apertamente autoritari sono in gran parte scomparsi negli Stati Uniti dopo gli anni Settanta. In particolare, dopo lo scandalo Watergate, 1974, nessun governo, Democratico o Repubblicano, ha mai fatto qualcosa di anche vagamente simile agli attacchi politici dell’amministrazione Trump contro critici e rivali.

In questo contesto inedito per tutte le ultime tre o quattro generazioni di americani, il pericolo più grave non è la repressione, ma la smobilitazione. Cioè sarebbe un enorme problema se l’opposizione gettasse la spugna, se chi contrasta Trump desse già per definitiva l’instaurazione di un regime simile a una dittatura, come se fosse un fatto compiuto. «Così si rischia di creare una profezia che si autoavvera», si legge su Foreign Affairs. «L’erosione democratica accelera quando cittadini ed élite si ritirano dalla contestazione, quando, per paura, sfinimento o pura rassegnazione, candidati promettenti rifiutano di candidarsi, i donatori si tirano indietro, gli avvocati smettono di intentare cause legali e i cittadini si disinteressano della cosa pubblica. L’esito della svolta autoritaria degli Stati Uniti dipende meno dalla forza del regime che dalla volontà dell’opposizione di continuare a giocare una partita difficile».

La diagnosi di Foreign Affairs è severa ma non disperata. Perché nessuno di questi recenti sviluppi dell’America trumpiana, per quanto allarmante, è definitivo. Gli ultimi mesi dell’amministrazione Trump mostrano una crescita inedita della discrezionalità presidenziale, una retorica che mira a delegittimare ogni opposizione, e un uso strumentale delle istituzioni. Ma mostrano anche la capacità del sistema – dalla magistratura alla stampa, fino ad alcuni settori del Congresso – di reagire. La domanda che dovremmo porci ora è per quanto tempo ancora queste resistenze potranno reggere.

«Per invertire la discesa degli Stati Uniti verso l’autoritarismo, i difensori della democrazia dovranno riconoscere il duplice pericolo dell’autocompiacimento e del fatalismo», scrivono ancora Levitsky, Way e Ziblatt. «Da un lato, sottovalutare la minaccia alla democrazia – credere che il comportamento dell’amministrazione Trump sia semplicemente politicamente corretto – alimenta l’autoritarismo incoraggiando l’inazione di fronte all’abuso sistematico di potere. Dall’altro, sopravvalutare l’impatto dell’autoritarismo – credere che il Paese abbia raggiunto un punto di non ritorno – scoraggia le azioni dei cittadini necessarie per sconfiggere gli autocrati alle urne».

In un Paese che ha sempre fatto dell’alternanza politica e del bilanciamento dei poteri la propria forza, la posta in gioco è più alta che mai. E gli autori lo ricordano con una frase che suona come un avvertimento: «Il futuro della democrazia americana non dipende da una singola elezione, ma dall’integrità continua delle sue istituzioni». In altre parole, il vero test comincia ora. La democrazia americana sopravviverà solo se i cittadini e i loro rappresentanti decideranno di difenderla attivamente.

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