Non si può più dire nienteGli antifa considerati terroristi, e la libertà di parola alla maniera dei trumpiani

Il presidente americano vuole designare il movimento antifascista come organizzazione terroristica, anche se la Costituzione glielo impedirebbe. L’impazzimento illiberale della destra americana è definitivo: l’Amministrazione è sempre più insofferente verso chi protesta e critica il suo operato. E la censura viene brandita come nelle peggiori autocrazie

AP/Lapresse

Ieri Donald Trump ha deciso che Antifa è «una delle principali organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti». Lo ha scritto sul suo social Truth, in uno di quei proclami urlati e inconfondibili, avvertendo anche «coloro che finanziano Antifa», i quali saranno «indagati a fondo».

Peccato che Antifa non sia un’organizzazione con una gerarchia chiara, ma una rete fluida di attivisti e gruppi locali. E non si capisce come l’Amministrazione Trump intenda applicare un provvedimento simile nei suoi confronti, non avendo una leadership da colpire. Ci sono nodi giuridici anche sulla possibilità di inserire il movimento in una lista di organizzazioni terroristiche interne. Soprattutto perché negli Stati Uniti non esiste un equivalente interno della lista statunitense delle organizzazioni terroristiche estere, anche grazie al Primo Emendamento che protegge la libertà di espressione.

Questa su Antifa è l’ultima assurdità di un presidente che parla di terrorismo per zittire, censurare e reprimere i suoi oppositori politici: somiglia molto a una cosa che potrebbe dire un autocrate di un regime illiberale e antidemocratico. Uno che si sente al di sopra della legge e della Costituzione. Nel regno che vorrebbe Trump, la libertà di parola non è più un diritto universale, ma un privilegio a geometria variabile: garantita agli amici trumpiani, negata a chi dissente.

Per anni la destra americana ha detto che non si poteva più dire niente: si lamentava della sinistra woke intollerante, denunciava una prigione del linguaggio in cui i progressisti volevano ingabbiare il mondo libero. Invece era solo un artificio retorico, un inganno. Cercavano campo libero per proferire insulti a sfondo razziale, etnico, religioso; per normalizzare la violenza e diffondere odio contro i loro avversari politici. Una volta tornata al potere, quella stessa destra ha imposto le sue regole illiberali con il bazooka.

A fare da cavia in questo laboratorio di autoritarismo sono finiti anche i comici. L’ultimo è Jimmy Kimmel. Il conduttore di uno dei talk show più popolari degli Stati Uniti è stato sospeso a tempo indeterminato da Abc dopo un monologo sull’omicidio di Charlie Kirk. In estate era stata annunciata la chiusura, dal 2026, dello storico Late Show presentato Stephen Colbert sulla Cbs: non perché mancassero ascolti, ma perché abbondavano battute su Donald Trump (in entrambi i casi trovate tutto quello che dovete sapere negli articoli di Guia Soncini, qui e qui).

«Ho fermato ogni censura governativa e ho riportato la libertà di parola in America», aveva detto Trump  lo scorso marzo. Non aveva specificato che si trattava di una selezione speciale: la libertà di parola è garantita, purché sia di suo gradimento. E meno male che a febbraio Elon Musk – parlando al Cpac, la Conservative Political Action Conference, davanti a attivisti e politici conservatori – aveva detto: «La sinistra voleva rendere illegale la comicità. Non si poteva prendere in giro niente, quindi la comicità faceva schifo. Legalizzate la comicità». All’epoca era ancora un membro del governo.

Non è mai stata solo una battaglia contro l’intolleranza della sinistra. È un’azione di Stato che passa per minacce istituzionali, cause milionarie e provvedimenti amministrativi. È la deriva illiberale degli Stati Uniti. Una politica che non cerca il confronto, ma l’annientamento della controparte. La censura non si limita ai monologhi dei comici, investe giornali, editori, testate, studenti e manifestanti. La macchina giudiziaria del trumpismo lavora senza sosta con azioni legali contro le principali istituzioni dell’informazione, dal New York Times al Wall Street Journal.

Il primo scontro di Trump con una testata giornalistica, in questo secondo mandato, è stato con l’Associated Press (AP), il principale organo di informazione del Paese. L’agenzia era stata bandita dalle conferenze stampa della Casa Bianca e sull’Air Force One perché non aveva voluto usare la nuova denominazione del Golfo del Messico, che Trump aveva ribattezzato Golfo d’America.

L’Associated Press ha ottenuto in tribunale il ripristino di alcuni accessi e ha visto riaprire un dibattito sulla legittimità di escludere una storica agenzia di stampa dall’area degli eventi presidenziali. Ma dopo quelle all’Associated Press sono arrivate altre minacce ad altre testate, con querele, pressioni economiche, investigazioni da parte di agenzie federali – solo nei primi otto mesi del 2025, la Federal Communications Commission (Fcc) ha avviato indagini contro Abc, Cbs e Nbc News.

La settimana scorsa, l’omicidio di Charlie Kirk ha rotto ogni argine all’aggressività della destra trumpiana. Nell’impazzimento del dibattito pubblico americano, i Repubblicani hanno approfittato di un episodio tragico per perdere ogni contegno contro i rivali politici.

È quello che Francesco Cundari nella sua newsletter La Linea ha definito il «carattere strumentale, pretestuoso e contraddittorio della campagna della destra trumpiana contro l’odio della sinistra». Portabandiera di questa deriva è la procuratrice generale Pam Bondi: «C’è la libertà di espressione e poi c’è il discorso d’odio, e per quest’ultimo non c’è posto, soprattutto ora, soprattutto dopo quello che è successo a Charlie, nella nostra società… Se prendi di mira qualcuno con discorsi d’odio, saremo noi a prendere di mira te e a venirti a cercare».

Un’editorialista del Washington Post, Karen Attiah, è stata licenziata per una frase su Charlie Kirk, in cui peraltro gli attribuiva una citazione sbagliata. Qui occorre ricordare che il Washington Post è il giornale di proprietà di Jeff Bezos, fedele alleato di Trump. Come lei, decine di persone hanno già perso il lavoro, nel pubblico e nel privato, per avere fatto commenti online sulla morte di Kirk.

Già a maggio l’International Bar Association (Iba), associazione forense di professionisti del diritto, parlava di questi metodi da autocrazia con un particolare riferimento storico: «Il più grave attacco alla libertà di parola almeno dai tempi di McCarthy», nelle parole di Jonathan Hafetz, professore di diritto alla Seton Hall Law School e responsabile dei membri del Comitato per i diritti umani dell’Iba.

In quei giorni, più dei giornali, le università americane erano il bersaglio prediletto dell’amministrazione Trump. I campus americani sono stati per decenni roccaforti del dialogo e del confronto intellettuale, oggi sono terreno di sperimentazione di nuove pratiche intimidatorie. Ordini esecutivi che minacciano tagli ai finanziamenti federali, richieste di rimozione di certi programmi, revoca di visti e addirittura l’intervento dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) contro le manifestazioni studentesche. «Tutti i finanziamenti federali saranno BLOCCATI per qualsiasi college, scuola o università che consenta proteste illegali», aveva scritto Trump su Truth Social. In tutto il Paese, la libertà di riunione viene presa di mira a colpi di post e ordini esecutivi. Sono minacce che pesano sui bilanci e sulle scelte istituzionali: le amministrazioni scolastiche frenano su molti programmi, i rettori censurano i docenti, gli studenti temono di organizzare sit-in.

Agli albori delle guerre culturali contemporanee, i conservatori combattevano contro la «cancel culture» proprio a partire dai campus universitari. È in quelle battaglie che hanno sviluppato una particolare predilezione per il Primo Emendamento. Era antiamericano, sostenevano, punire qualcuno per aver esercitato il proprio diritto di parola. «Sotto la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle pubblicamente», diceva a febbraio il vicepresidente americano J.D. Vance, nell’ennesima citazione apocrifa di Voltaire. Quelle parole Vance le aveva pronunciate alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. All’epoca il mondo intero si era concentrato solo sull’altra parte del discorso, quella che sembrava scritta da Alexander Dugin, in un mix di propaganda post sovietica e retorica falsificatoria sul declino dell’Occidente.

Il vero volto del trumpismo, visibile più che mai nell’ultima settimana, è totalmente in contraddizione con quello che la destra statunitense – come quella italiana ed europea, d’altronde – ha sempre detto di difendere: la libertà di parola, protetta in America dal Primo Emendamento.

Il pericolo non è solo che qualcuno perda il lavoro, come Kimmel, Colbert o Karen Attiah. È il sistema democratico che perde la capacità di autogovernarsi attraverso il confronto pubblico. Quando il governo minaccia e punisce opinioni e manifestazioni, la democrazia si sfalda. Quando la leva economica – tagli ai fondi, cause milionarie, revoche di visti – diventa uno strumento di polizia politica, la libertà di parola diventa un privilegio e non un diritto.

La deriva illiberale degli Stati Uniti si vede anche e soprattutto in queste cose. Quella dei trumpiani è una crociata, una guerra santa, la repressione e la censura sono le loro armi. È la trasfigurazione dell’America come capofila del mondo libero. Un Paese sempre più simile alle peggiori autocrazie del pianeta. In cui gli unici a non poter più dire nulla sono quelli che non piacciono al presidente.

X