Terra bruciataL’Europa non compra più gas russo, ma continua ad acquistare fertilizzanti prodotti con gas russo

Mosca continua a incassare miliardi tramite prodotti agricoli perché gli Stati europei non riescono a produrli a costi competitivi, né ad acquistarli da Paesi terzi

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L’Unione europea ha deciso di interrompere tutte le importazioni di gas russo entro l’autunno del 2027. Prima dell’invasione dell’Ucraina, Mosca copriva circa il 40 per cento del fabbisogno europeo. Oggi quella quota si è drasticamente abbassata e l’accordo del 3 dicembre prevede stop ai nuovi contratti, uscita dagli accordi esistenti nel prossimo anno e mezzo e divieto di acquistare gas liquefatto già dal 2026. Sono previste eccezioni solo in caso di emergenza, ma la direzione è chiara. Fin qui tutto bene, ma l’Unione rischia di far rientrare dalla finestra il nemico che sta scacciando dalla porta. Sì, perché gli Stati membri continuano a importare dalla Russia un prodotto che nasce dal gas e ne incorpora il valore aggiunto: i fertilizzanti azotati. Sono indispensabili per l’agricoltura europea perché apportano l’azoto necessario alla crescita delle colture, un nutriente che le piante non possono assorbire dall’aria e che viene ottenuto trasformando gas naturale in ammoniaca.

Da pochi mesi Bruxelles ha introdotto dazi specifici su questi fertilizzanti per renderli meno convenienti. Però il sistema è fin troppo graduale e prevede deroghe se i prezzi agricoli salgono troppo e non impedisce di utilizzare scorte importate prima dell’entrata in vigore delle imposte. Per questo la dipendenza non si interromperà rapidamente.

Per oltre due anni di guerra, l’Europa non ha neppure affrontato il tema: i fertilizzanti russi erano rimasti fuori dalle sanzioni e da dazi aggiuntivi. La paura è tutta politica: nessuno voleva (e vuole) alimentare proteste degli agricoltori con un aumento improvviso dei costi. Anche per questo motivo le importazioni non sono diminuite ma addirittura cresciute, finendo per riversare una parte dei sussidi agricoli europei nelle casse russe. I principali acquirenti sono Polonia, Francia e Germania, dove l’agricoltura intensiva dipende fortemente da fertilizzanti a basso costo. Nel 2024 le esportazioni russe verso l’UE hanno superato i 2,2 miliardi di euro. Prima della guerra, Mosca forniva circa il 30 per cento del fabbisogno europeo; nel secondo trimestre del 2025 la quota è risalita a un terzo del mercato.

A complicare tutto c’è il prezzo. I fornitori alternativi esistono (Egitto e Algeria per i concimi azotati, Marocco per i fosfatici, Trinidad e Tobago per l’ammoniaca), ma non sono altrettanto competitivi. La Russia converte parte del gas invenduto in fertilizzanti e può venderli a prezzi più bassi, rendendo difficile sostituirli senza impatto economico.

Ma perché allora l’Europa non produce da sola questi fertilizzanti, se sono così strategici? Dopo l’invasione, l’interruzione del gas via tubo e il picco dei prezzi energetici hanno travolto il settore europeo. Prima della guerra l’Europa disponeva di circa 120 impianti e copriva il 70 per cento del suo fabbisogno, ma la crisi energetica ha reso la produzione antieconomica. Il risultato è che l’Ue produce solo metà dei fertilizzanti che utilizza.

Il motivo è strutturale: i fertilizzanti azotati richiedono enormi quantità di gas naturale, sia come materia prima sia come energia di processo. La Russia può fornirlo a basso costo ai propri produttori, abbassando drasticamente i prezzi di esportazione verso l’Europa. Senza gas a buon prezzo la produzione europea non è competitiva, e i concimi finiscono fuori mercato rispetto a quelli russi. A questo si aggiungono regole ambientali più rigide, che rendono nuovi investimenti industriali ancora più onerosi. Il divario non riguarda solo l’azoto: la Russia dispone anche di grandi riserve di fosforo e potassio e produce circa un quinto dei fertilizzanti mondiali, un vantaggio che nessun paese europeo può compensare rapidamente.

Come spiega l’Economist in un interessante approfondimento, giugno è stato il mese con i volumi d’importazione più alti dell’ultimo decennio, spesso mediati da società con sede in Svizzera e nei paesi del Golfo. Poche settimane dopo l’Unione ha introdotto dazi progressivi: 40 euro per tonnellata nella prima fase, 60 euro dal luglio 2026, fino a 315 euro dopo il 2028. Alcuni osservatori l’hanno definita una imposta relativamente contenuta perché il prezzo di mercato oscillava tra i 400 e i 700 dollari per tonnellata. Senza contare che le norme europee prevedono una riduzione automatica dei dazi se i costi agricoli dovessero salire troppo, tutelando gli agricoltori ma rallentando gli effetti sulle importazioni. Discorso leggermente diverso per i fertilizzanti a base di potassio e fosforo. In questo caso i dazi sono più bassi solo perché la Commissione considera meno diretto il legame con il gas russo. 

Se i dazi verranno mantenuti fino al 2028, i fertilizzanti russi dovrebbero diventare economicamente non convenienti. Ma dal 1° gennaio 2026 entrerà in vigore il nuovo meccanismo di carbon border adjustment, che imporrà dazi anche sui fertilizzanti importati con processi ad alta intensità di carbonio. Significa che non solo i prodotti russi saranno più costosi, ma anche quelli dei fornitori alternativi. E il mercato, in teoria, si adeguerà. Gli agricoltori già temono un aumento dei costi e hanno annunciato nuove proteste a Bruxelles. Esattamente ciò che i politici di tutta Europa volevano evitare. 

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