Funambolo malinconicoIl carnevale gentile di Pierre-Louis Mascia, tra ironia e meraviglia

Incontro con il creatore di un brand che si diverte a confondere le carte, sapendo che alla fine vincerà. È un intrattenimento sottile, dove il piacere sta nell’intuire i movimenti, nel rimescolare ogni volta le possibilità con nonchalance, godendo del piccolo brivido di scoprire una combinazione inaspettata che sembra fatta apposta per te, come un vestito trovato per caso in un vecchio baule che calza perfettamente, come se ti stesse aspettando

Pierre-Louis Mascia (a destra) insieme a Victor Deneumoustier (a sinistra), che collabora con lo stilista all’immagine del brand. Courtesy of Pierre-Louis Mascia

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Mascia non disegna collezioni ma mondi paralleli abitabili, dove il tempo ha deciso di non rispettare più l’agenda e le identità si siedono una accanto all’altra. Il suo gioco dichiarato è quello delle apparenze, ma senza maschere tragiche, più come un carnevale gentile dove il (tra)vestimento è liberazione e non trucco. 

La sua moda è un salmo al divenire, alle identità sfuggenti e plurali. Come insegna Gilles Deleuze, l’essere si dà solo nel movimento, nel travestimento, nello scarto. L’abito, nelle sue mani, non rivela: inventa. La moda come palcoscenico in cui mettere in scena – e in dubbio – il proprio volto. E allora la domanda non è “che cosa mi rappresenta?” ma “come e cosa voglio rappresentare oggi?”.

Sostiene Mascia con quell’aria quieta di chi ha appena scardinato una porta con una piuma: «Mi appassiona mettere in discussione gli stereotipi, ridefinirli in maniera casuale e senza tabù. È un modo di perdere l’orientamento, ma delicatamente, e riscoprire la libertà del gioco». Ma è proprio nel gioco che si annida la rivoluzione, la possibilità di scardinare le gerarchie, di inventare nuove forme di stare al mondo. Le sue collezioni diventano così una palestra di pensiero divergente, un’area franca dove la fantasia si fa argomento filosofico e la leggerezza, cifra di resistenza.

Courtesy of Pierre-Louis Mascia

Chi indossa le sue creazioni – kimono che non si sa se siano vestaglie o armature gentili, pantaloni che potrebbero appartenere a un poeta, a una pittrice o a un giardiniere chic, camicie senza mettere una crocetta su “maschio” o “femmina” – , non fa una dichiarazione, ma un gesto di libertà: sono abiti che non stringono, non impongono, non esibiscono, ma si offrono come spazi da abitare come salotti senza pareti in cui sentirsi a proprio agio anche se non si è sicuri del proprio nome e anche del proprio pronome: he/she, lui/lei, e pure loro. 

Gli abiti non sono né da lui né da lei, o meglio sono entrambe le cose e nessuna, come quando da bambini si rubano i vestiti ai grandi per capire l’effetto che fa o per ridere. Mascia disegna proprio da lì, da quell’età in cui la fantasia è una competenza professionale e non un tratto caratteriale. Il suo è un erotismo di superficie, ma non per falsi pudori: la superficie, nel suo mondo, è l’unico spazio reale in cui il corpo si racconta senza bisogno di urlare. La stampa è la pelle dell’abito e l’abito è il confine mobile tra quello che siamo e quello che potremmo o vorremmo diventare. 

Ha studiato Belle Arti a Tolosa e poi ha fatto un salto in Giappone per apprendere i segreti delle arti applicate, torna a casa e disegna per Vogue ed Elle, lavora con Robert Clergerie, dirige il salone Première Classe, eppure resta sempre lui, leggero e disorientato, quasi un Gatsby contemporaneo, malinconico e festoso, consapevole che, come direbbe Oscar Wilde, «la vita è troppo importante per essere presa seriamente». Ma è stato l’incontro con i fratelli Uliassi di Achille Pinto, leggendaria stamperia comasca, a trasformare le sue visioni in un racconto da indossare. Così, nel 2007, Pierre-Louis lancia una collezione di sciarpe, subito evoluta in un intero universo prêt-à-porter.

Courtesy of Pierre-Louis Mascia

Le sue creazioni, al pari di una partita a carte o di un collage dadaista, abbandonano ogni rigore: «I miei motivi non gridano, bisbigliano enigmi». Forse è per questo che più degli altri, quando gli chiediamo in quale passatempo si diletti, risponde : «I tarocchi». Ogni sua collezione contiene, infatti, una dimensione di magia e mistero, una divinazione imprevedibile, un mondo «dove verità e menzogna sono sorelle».

Occhiali da intellò, aria da flâneur baudelairiano (è nato a Tolosa, ma viene spesso in Italia, a Como, da Pinto) si definisce «più un dessinateur che un fashion designer» come a voler rivendicare l’autonomia dell’artista che può cambiare idea in corsa, tracciare e cancellare, ripensare tutto senza l’ansia della coerenza. Una coerenza, quella classica, che a pensarci bene ha più a che fare con il rigore scolastico che con la creatività vera: «Inizio ogni stagione mescolando riferimenti, modelli, disegni, poi riduco tutto fino ad arrivare a una collezione», ci spiega, e sembra la descrizione perfetta di un’operazione alchemica in cui l’obiettivo non è l’ordine, ma un’armonia che all’inizio destabilizza, ma in seguito rassicura. «Il gioco è libertà e leggerezza», afferma con semplicità, come se fosse ovvio, eppure nell’era della strategia e del branding coordinato è quasi un gesto radicale In un mondo che vuole coerenza, Mascia preferisce il disorientamento dolce, il salto di senso, la metamorfosi gentile «Sono un albero, un principe, un bambino». 

C’è qualcosa di deliberatamente confuso, nei suoi tagli e nei suoi abbinamenti, ma è una confusione a fin di bene, come quella di certi sogni che al risveglio lasciano addosso un senso di potenzialità espressiva. Non ha paura del fraintendimento, anzi, ci scherza su: «Il fraintendimento è la prima regola» dice, e sembra quasi un motto da incidere su un bottone in madreperla Le sue collezioni non chiedono di essere capite, chiedono solo di essere guardate a lungo, come un quadro un po’ sfocato che più lo osservi più si diventa nitido. O forse sei tu che cambi sguardo.

Courtesy of Pierre-Louis Mascia

Mescola disegni come altri mescolano ingredienti per un soufflé perfetto con la differenza che lui non segue ricette, segue intuizioni: stampe vintage, archivi dimenticati, ricordi d’infanzia che odorano di mercato del sabato mattina e di vecchie tappezzerie di provincia diventano, nelle sue mani, pattern che sembrano parlare, o almeno sussurrare qualcosa che sta sempre a metà tra sogno e cartolina In collaborazione con il Palais Galliera di Parigi, Mascia ha addirittura riportato in vita fantasie del ʼ700 scegliendo stoffe che erano sopravvissute per puro miracolo al tempo e all’oblio e trasformandole in loungewear che ha la grazia di una rievocazione e insieme la deliziosa insolenza di chi non ha bisogno di giustificazioni. Come nelle teorie di Roger Caillois, che distingue tra l’alea (il caso), l’agon (la competizione), la mimicry (l’imitazione) e l’ilinx (la vertigine ludica), le collezioni di Mascia navigano magistralmente tra questi poli.

Un foulard è una maschera? Una bandiera? Oppure un talismano? Può diventare tutto questo insieme, in verità, sfidando le regole e suggerendo che il lusso è la libertà di oscillare tra mille ruoli senza mai fissarsi in uno soltanto. Ecco perché le sue stampe rievocano ricordi sbiaditi e sogni antichi: carta da parati degli Anni 20, motivi floreali vittoriani, broccati orientali. Rappresenta un giocare con l’inconscio, come Mascia stesso sottolinea, perché «la creazione è sempre una costruzione intellettuale in cui scivolano emozioni, memoria, vita quotidiana». È come una partita a carte con l’esistenza, una sfida senza vincitori né vinti, solo giocatori audaci. C’è, dentro il suo lavoro, l’eco del film Les Enfants du Paradis di Marcel Carné «il mio prediletto», dove ogni gesto è messa in scena e ogni scena è uno specchio, dove tutto è finto e proprio per questo profondamente vero.

Courtesy of Pierre-Louis Mascia

Non c’è ideologia, c’è visione. E la visione è questa: giocare senza sentirsi in colpa, trasformare ogni giorno in una scena, ogni scena in un invito, ogni invito in un’eventualità del vivere. Chi entra in uno dei suoi negozi si trova in una specie di teatro con le tende alzate, dove ogni stagione cambia scena, ma lo spettacolo resta fedele al suo incanto: un cabinet de curiosité per chi ha ancora voglia di lasciarsi stupire, anche solo per il tempo di una camicia. Ma attenzione: sotto questa apparenza lieve e giocosa, Mascia porta in sé, parole sue, «un lato gotico, una malinconia nascosta dietro ogni scintillio. Parlo di fantasmi, di ciò che non esiste più, di paradisi perduti. Sono, in fondo, anch’io un personaggio di Carné».

E poi c’è Tolosa, la città d’origine che si infila tra le trame dei tessuti come un’ospite fissa. Ricordi di glicine e porpora, di mercati rumorosi e pomeriggi polverosi, tutto si mischia e ritorna sotto forma d’intuizione grafica, di equilibrio di colori che sembrano scelti da una memoria più che da una tavolozza È questa forse la vera magia di Mascia: trasformare il personale in universale senza fare rumore, con lo stesso garbo con cui si offre una coperta a un ospite inatteso, o si lascia una lettera in una tasca per chi verrà dopo. Il sorriso che attraversa le creazioni di Mascia non è mai cinico, ma liberatorio. Ci si rasserena perché i suoi abiti alleggeriscono l’oppressione delle convenzioni, aprono nuovi orizzonti di senso, ci ricordano che l’apparenza è sempre un susseguirsi gioioso di rimandi. E mai una verità assoluta.

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