FETICCI POPPokémon mania: viaggio nel culto contemporaneo delle figurine e dei toys con prezzi da capogiro

Le carte Pokémon non si usano più per giocare e i pupazzi, come Labubu e Crybaby, si sfoggiano come accessori. Attorno a questi oggetti prende forma un collezionismo che oscilla tra nostalgia, status e speculazione. Un mercato di aste e contrattazioni da migliaia di euro

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Metti una domenica sera, un aperitivo tra amici, il solito tavolo all’angolo, i bicchieri mezzi pieni. Qualcuno è insolitamente distratto, gli occhi fissi sul telefono: forse un messaggio, una chat particolarmente animata. Invece no. È nel bel mezzo di una trattativa serrata su Vinted. L’oggetto della vendita? Una figurina da seicento euro. Una carta Pokémon. «È un Gengar Skyridge Holo», spiega disinvolto, con la sicurezza di chi sa di avere tra le mani un piccolo tesoro. 

E in effetti, nel 2025, lo è davvero. Dietro quella carta — e molte altre — si muove un mercato secondario in piena espansione, alimentato da appassionati, investitori e piattaforme dedicate. Per rendersi conto della portata, basta citare un fatto di cronaca recente: al valico di Lavena Ponte Tresa, al confine tra Svizzera e Italia, i funzionari delle dogane hanno fermato un uomo con una valigetta contenente trentotto carte Pokémon non dichiarate, il cui valore complessivo supera i tremila euro.

Per chi non è immerso nella cultura del collezionismo, tutto questo può sembrare surreale. Eppure segue logiche molto concrete. I feticci pop dell’infanzia sono protagonisti di un’economia dove i confini tra gioco, status e speculazione si dissolvono. Una rapida occhiata ai marketplace digitali basta per comprendere meglio (e magari persuaderci a rovistare in cantina, alla ricerca di vecchie figurine dimenticate). Su eBay fioccano inserzioni da capogiro, come quella da trentamila euro per un Charizard, una delle creature più amate di sempre. Altro che azioni in Borsa: oggi il vero investimento è una carta Pokémon degli anni Novanta. 

Quella più ambita? La Pikachu illustrator Holo, personaggio simbolo del mondo immaginario creato nel 1996 da Satoshi Tajiri: un topo “elettrico” giallo, dalle guance rosse. La carta in questione fu stampata in sole trentanove copie nel 1998, come premio per un concorso di illustrazione organizzato dalla rivista giapponese CoroCoro Comic. Oggi se ne contano una ventina in circolazione, ma il numero esatto è ancora oggetto di dibattiti. Un dato certo è che Logan Paul, noto youtuber e wrestler americano, ne ha acquistata una per oltre cinque milioni di dollari. E non una qualunque: è l’unica copia ad aver ottenuto una valutazione PSA 10, che indica il massimo grado di conservazione.

Sì, perché una carta deve essere “gradata” per valere così tanto. Significa che viene valutata e certificata da enti internazionali come Psa, Beckett e Cgc, secondo criteri molto rigidi: bordi, centratura, superficie, angoli. Un piccolo graffio può valere migliaia di euro in meno. Chi non ha mai lanciato le proprie carte a terra durante una sfida con gli amici? Chi non le ha infilate in tasca o piegate nei diari di scuola? Imprudenze infantili che, oggi, potrebbero costare caro.

Dopo la valutazione, la carta viene sigillata in una custodia trasparente, corredata da sigillo anti-manomissione ed etichetta identificativa. Da semplici giocattoli — strappati con noncuranza dalle bustine e consumati tra una partita e l’altra — diventano, oggi, reliquie da vetrina. Non sorprende, dunque, che quelle più rare non vedano neanche un tavolo da gioco. Condividono lo stesso destino dei beni da collezione, al pari di una sneaker d’archivio o di una borsa vintage passata sotto un’asta di Sotheby’s. In questo sistema vige la regola della scarsità: meno copie esistono, più il valore cresce.

Ciò che sta accadendo con le carte Pokémon è solo una manifestazione di una tendenza culturale ben più ampia. L’appeal crescente per quelli che un tempo erano semplici passatempi infantili non si esaurisce con la loro trasformazione in risorse speculative, ma è dovuto anche al legame emotivo che instaurano con una generazione cresciuta tra giochi tangibili ed esperienze digitali. Proprio in questa area di confine, prende forma un mondo parallelo ai Pokémon: quello dei pupazzetti da collezione, come i Labubu e i Crybaby. Se le figurine vengono sigillate in teche di plastica e custodite come fossero il Sacro Graal, questi piccoli personaggi vengono portati con sé, elevati a compagni silenziosi del quotidiano. 

Basta sollevare lo sguardo per strada o scorrere i feed Instagram per incontrarli: appesi a borse, zaini, chiavi di casa e smartphone, sono ovunque. Creati dalla designer thailandese Mod-Nisa Srikamdee, alias Molly, i Crybaby rappresentano dei mini bambolotti con guance paffute e i caratteristici lacrimoni stilizzati sul viso. I Labubu, invece, sono frutto della fantasia dell’artista hongkonghese Kasing Lung: mostriciattoli dalle orecchie a punta, gli occhi grandi e il sorriso beffardo, teneri e inquietanti insieme. Entrambi sono distribuiti da Pop Mart, gigante dell’art toy fondato da Wang Ning che, a soli trentotto anni, è stato inserito da Forbes nella lista delle cento persone più ricche della Cina.

Alle radici del desiderio per questi oggetti c’è una miscela potente: nostalgia per i primi anni Duemila, fascinazione per la cultura visuale asiatica, bisogno di rappresentazione e appartenenza. L’atto del collezionare è un rituale condiviso, amplificato dai social, dove ci si scambiano dritte su edizioni rare, restock imminenti e strategie di acquisto, per poi mettere in mostra i propri bottini tramite i cosiddetti unboxing. Un’enorme community in cui riconoscersi e sentirsi parte. Un’euforia collettiva spinta anche dal sistema delle “blind box”: i pupazzi, così come le figurine, vengono venduti in scatole il cui contenuto è sconosciuto fino all’apertura. Non si sceglie il personaggio, ma lo si scopre una volta acquistato e scartato. Oltre ad alimentare il senso dell’attesa, questo meccanismo, stimola anche la ripetizione dell’acquisto, perché si è spinti dalla speranza di ottenere il pezzo mancante o quello più raro per completare la serie.

E così a ogni nuovo “drop” — termine usato per indicare il lancio di un prodotto — si formano code chilometriche fuori dai negozi, mentre negli store online si registrano sold out a tempo di record. In Italia, Pop Mart è presente in via Torino a Milano: inaugurato da meno di un anno, è già meta di pellegrinaggio per gli appassionati provenienti da tutto il mondo. Su Reddit, il social dei forum, si rincorrono racconti di collezionisti che escono di casa all’alba per mettersi in fila e accaparrarsi le ultime uscite. Cambia l’oggetto, ma non l’ossessione: che sia un Charizard holografico o un Labubu limited edition, la caccia è aperta. 

A rendere ancora tutto più virale ci pensano celebrità e influencer: è bastato che Lisa delle Blackpink svelasse la passione per i Labubu perché si scatenasse un effetto domino a livello globale. C’è persino chi prende voli internazionali solo per recuperare un’edizione limitata. «È qualcosa che mi rende felice. È come se mi facessi un regalo», racconta al Time Claire Carillo, consulente di marketing digitale volata a Singapore per ventiquattro ore alla ricerca di un Crybaby. Ashley Dudarenok, esperta di mercato asiatico, spiega alla rivista statunitense che il vero successo di questi oggetti sta nella loro capacità di entrare in sintonia con la sfera emotiva dei consumatori: non sono semplici pupazzi, ma autoritratti in miniatura di chi li acquista. In questo senso i Crybaby rappresentano l’esempio più emblematico. Ogni serie è costruita attorno a un tema narrativo preciso basato su emozioni, stati d’animo e condizioni esistenziali: dall’amore alla gelosia, dal desiderio di evasione mentale ai simbolismi più disparati, come i segni zodiacali. I consumatori li acquistano perché vedono in essi un piccolo riflesso di sé. Un po’ come accade con i meme che condividiamo compulsivamente, proprio perché ci raccontano, ci rispecchiano.

Pop Mart, in fondo, non fa nulla di diverso da ciò che fanno oggi molti brand di lusso, soprattutto cinesi. Come osserva l’esperto Daniel Langer su Jing Daily, il settore non basa più le proprie strategie di marketing sul modello delle 4P (product, price, place, promotion), bensì adotta sempre più quello delle 4E: experience, exclusivity, engagement, emotion. Non basta più vendere un prodotto. Ciò che conta davvero è il mondo che esso evoca, l’esperienza che promette e le emozioni che riesce a smuovere.  

E anche se Pop Mart non rientra nei parametri del lusso tradizionale, i prezzi dei suoi Labubu non sono sempre per tutte le tasche: si parte da quindici euro per i formati più piccoli, fino a superare i mille euro per i pupazzi extra large o in edizione limitata. Al netto di tutto questo, vien spontaneo — e con un pizzico di ironia — chiedersi se non valga davvero la pena investire in questi feticci pop. Oggi sono oggetti “affettivi”, accessori quotidiani in cui ritrovarci, sentirci un po’ rappresentati. Ma tra vent’anni? Potrebbero diventare i nuovi Pikachu Illustrator: pezzi rari, ambiti, magari quotati a cifre stellari. Ciò che oggi si colleziona per nostalgia o gioco, domani potrebbe sorprendere. Nel dubbio, conviene scendere in cantina e rispolverare quel vecchio raccoglitore di figurine. Sempre che non sia scomparso durante un trasloco o finito nel mucchio delle “cose da buttare”.

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