Lessico famigliarePer essere un buon padre bisogna decostruire la paternità

In “Paternità. Una storia d’amore e di potere” (2026) Augustine Sedgewick ripercorre una storia globale e culturale: quella dell’essere padri. Per millenni, il loro rapporto con i figli si è basato sull’autorità; oggi questa relazione chiede di essere ripensata

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Dylan voleva essere un bravo papà, come lo definivano tutti i suoi figli. Portava i bambini alle partite della Little League, alle feste di compleanno, alle gite in campeggio, in barca, a fare rafting, canoa e a pescare. Si comprava vestiti economici da Sears, ma spendeva una fortuna in giocattoli, attrezzature sportive e automobili, proprio come aveva fatto suo padre. Allestì un tavolo da biliardo in garage e un canestro da basket in giardino. Fece ricerche sulla genealogia di Sara e scoprì che anche la sua famiglia proveniva da Odessa. Nei giorni in cui registrava The Basement Tapes nella vicina Saugerties, usciva in tempo per tornare a casa per cena. Nel pomeriggio del 5 giugno 1968 Bob ricevette una chiamata a casa. Riattaccò, chiese all’autista di portare davanti la Cadillac, vi caricò una valigia e una chitarra, e andò all’aeroporto di New York senza dire una parola sul perché.

Abe era morto di infarto. Al funerale in Minnesota, alcuni partecipanti furono sorpresi di vedere Bob sconvolto. Dopo la funzione, Dylan dormì nella camera da letto del padre. Quando tornò a Woodstock, sua madre Beatty andò a stare con lui e la sua famiglia, e si trattenne per molto tempo. L’estate successiva, nel 1969, il Woodstock Festival, nella parte settentrionale dello stato di New York, attirò folle di persone in città spingendo Dylan ad andarsene. «Non riuscivo a trovare spazio per me e la mia famiglia» disse. Tornarono a New York, ma fuori dalla loro casa nel Greenwich Village la gente rovistava nella spazzatura e sbirciava dalle finestre. «Hanno dei mobili dentro!» annunciò un ficcanaso. Dylan, Sara e i loro cinque figli si trasferirono a Malibu e costruirono una grande casa da sogno tra le dune, piena di oggetti scelti con cura. I figli disegnarono le piastrelle per il loro bagno. Dylan fece realizzare una cupola di rame da mettere sul tetto della casa, come le cupole di Odessa, da dove provenivano la sua famiglia e quella di Sara. Non c’entrava niente con la California, ma Bob disse che quando vide la cupola capì di essere a casa. Andò in Minnesota, ricomprò la prima auto che aveva posseduto e disse all’architetto che voleva appenderla al soffitto della casa di Malibu.

Nel 1973, dopo aver cercato di nascondere la sua vita familiare per più di un decennio, Dylan scrisse «Forever Young», l’augurio di un padre ai suoi figli e, di conseguenza, a se stesso. Disse che la canzone gli ronzava in testa da cinque anni, da quando era nato Jakob. In studio registrò cinque versioni del brano, come se ce ne fosse una per ciascuno dei suoi figli. «Forever Young» è una sorta di salmo, una preghiera di intercessione affinché un bambino affronti la vita «per sempre giovane», con lo sguardo giusto, saldo, gioioso, forte, gentile, aperto della gioventù. Ogni genitore ha desiderato a un certo punto la stessa cosa, anche se nessuno l’ha mai ottenuta. La canzone è l’incantesimo intonato da un padre contro il tempo e la realtà, un incantesimo per rimandare per sempre la crescita, affinché tutto sia possibile e tutti i desideri possano avverarsi. Il potere della migliore musica creata da Bob Dylan sta nell’ampliare i confini del possibile, anche solo per pochi minuti. Un tempo scriveva come un figlio ribelle che invocava un cambiamento sociale generazionale. Ora scriveva come un padre protettivo che pregava che tutto rimanesse uguale. Dylan inserì due versioni di «Forever Young» in Planet Waves, una rock e una ballata, e quello fu il suo primo album in assoluto a raggiungere il primo posto in classifica.

Nei decenni tesi e angosciosi del secondo dopoguerra il ruolo del padre era rendere felici i figli, dimostrare, unendosi ai figli nel divertimento, nei giochi e nella fantasia, che tutto andava e sarebbe andato bene. Il papà appariva diverso dall’uomo, uno amico, l’altro nemico, ma i due collaboravano per mantenere l’ordine nel malcontento sociale e nella disillusione che minacciavano di sfociare in una rivoluzione più ampia. Entrambe erano figure essenzialmente conservatrici, investite di pesanti incarichi politici in reazione allo spirito di ribellione e di apertura che nella seconda metà del xx secolo assunse nuove forme popolari, e trovò probabilmente la sua più ampia espressione nella musica. In modi diversi il padre e l’uomo lavorarono entrambi per addomesticare quello spirito,

per trattenerlo in casa. In quegli stessi anni, in particolar modo dopo l’uscita del bestseller di Betty Friedan del 1963, La mistica della femminilità, un numero crescente di donne espresse in termini audaci i limiti dell’essere definite principalmente dai figli, dalla famiglia e dalla casa. Oltre al rock & roll, gli uomini non svilupparono mai, individualmente o collettivamente tra loro, lo stesso tipo di linguaggio o di dibattito, restando forse più propensi ad agire. Per otto anni, dal 1966 al 1973, Bob Dylan era rimasto per lo più a casa con Sara e i loro figli. Ma quell’estate giunsero le prime notizie di una crisi del matrimonio. Dylan tornò in Minnesota per vivere da solo e compose Blood on the Tracks, il suo «album del divorzio». Per il suo compleanno andò in Francia da solo. Partì per una tournée nell’inverno del 1974 e alla fine disse a Joan Baez che voleva rimanere in tour per sempre. Tornò invece, infelicemente, a Malibu. Irruppe nella stanza di Sara, la guardò in cagnesco e le ordinò di uscire di casa: «Avevo una tale paura di lui che chiusi le porte a chiave per proteggermi dai suoi violenti scatti d’ira e dai suoi capricci» affermò Sara nella sua richiesta di divorzio. Una mattina, scesa a colazione, trovò un’altra donna seduta al suo posto con Bob e i loro figli. Quando protestò, Dylan le intimò di andarsene e, a detta di Sara, la colpì in faccia. Il produttore discografico David Geffen, che aveva pubblicato Planet Waves e «Forever Young», indirizzò Sara verso Marvin Mitchelson, un famoso avvocato divorzista. Tra il 1950 e il 1980 negli Stati Uniti i tassi di divorzio triplicarono.

Nel 1968 la California aveva approvato la prima legge nazionale sul divorzio senza colpa, anche se Sara Dylan non perseguì tale opzione. «Amava Bob Dylan» si leggeva nei documenti «ma lui scelse di trascorrere il suo tempo altrove.» Tra le altre cose Sara sosteneva che Bob si fosse perso la nascita dei loro primi tre figli, una volta per una partita a scacchi. Chiese l’affidamento esclusivo, il mantenimento dei figli e la divisione dei beni, diritti musicali compresi. Dylan ribatté che voleva l’affidamento permanente, perché temeva che Sara avrebbe portato i bambini a vivere alle Hawaii. 

Chiese a uno psichiatra di testimoniare che la sua casa era sicura per i figli, e l’esperto concordò con Dylan sul fatto che fosse il miglior candidato per l’affidamento. Gli avvocati gli consigliarono di indossare un abito alle udienze per l’affidamento, e lui ne prese in prestito uno da uno studio di Hollywood. Sara vinse, e lei e i figli si trasferirono a Beverly Hills. Vedevano il padre in vacanza, a Malibu o in Minnesota, dove trascorreva più tempo. «Potrei essere felice a percuotere metallo tutto il giorno» disse Dylan nel 1978, l’anno del suo divorzio «tornare a casa da una moglie grassa, mangiare qualcosa, e sì, andare a letto.» L’immagine di come vivevano gli uomini di Hibbing e di altre città dell’Iron Range. «Dammi una donna che sa cucinare e cucire, e lo preferirò alla passione ogni giorno della settimana.» Ma nemmeno questa volta era la verità.

Paternità, cover

Tratto da “Paternità. Una storia d’amore e di potere”, di Augustine Sedgewick, Il Saggiatore, 2026, 24€, 320 pagine

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