Maledetta primaveraConte pensa a un nuovo partito per archiviare i Cinquestelle e assorbire il Pd

L’ex presidente del Consiglio punta sulle primarie per legittimarsi leader della sinistra, costringendo così Schlein a una doppia campagna contro di lui e contro Meloni. Offrirgli la presidenza del Senato non appagherà le ambizioni dell’avvocato del populismo

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Giuseppe Conte se ne infischia altamente di ciò che chiedono gli alleati del campo largo. Va dritto per la sua strada: lavora per sé. Infatti non ci pensa minimamente a sedersi a un tavolo sui programmi, come vorrebbero Elly Schlein e Nicola Fratoianni. Con loro rapporti buoni come quelli che si hanno con il vicino di pianerottolo, poco più di un buongiorno e buonasera. L’afflato unitario si ferma qui. Il caporione del Movimento lavora al suo tour per la presentazione del libro-manifesto, il cui titolo ha un indizio importante, “Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia”, dove torna quell’aggettivo – progressista – che evoca la sua grande aspirazione: diventare il leader di un nuovo partito, avversario della destra ma sganciato dal tradizionale campo della sinistra.

Una cosa che superi l’esperienza del Movimento 5 stelle («Passare dalla protesta alla proposta», lui non lo sa, ma era una formula di Giorgio Almirante) e, in prospettiva, riduca fino a inglobare il Partito democratico, o fondersi con esso. Il partito di Conte. Un contenitore nuovo, fluido, capace di cannibalizzare consensi ovunque. Non più Movimento, non ancora partito: una creatura ibrida, post-ideologica, costruita a immagine e somiglianza del suo leader. Che andrebbe oltre il trenta per cento, prendendo voti un po’ in tutte le direzioni.

Non è un progetto che si fa in due settimane, ma che partirà con il big match delle primarie, che lui fortissimamente vuole perché convinto di essere più forte di Schlein e quello più in grado di battere Giorgia Meloni. Ipotizza uno scontro finale fra la presidente del Consiglio e l’ex presidente del Consiglio. Lui ha i titoli, non Schlein. Questa pensa essere il suo asso nella manica.

L’avvocato del populismo ha quindi ben chiara la sua road map. E cioè l’idea per la quale vincere le primarie ne farebbe automaticamente il capo del centrosinistra, o campo largo, che dir si voglia. Il contrario, se ci si pensa, dello schema che è valso sin qui: il leader diventa presidente del Consiglio. La sua vittoria potrebbe, per trascinamento, portare il M5S allo stesso livello di voti del Pd, se non davanti, dato che alle elezioni tutto il popolo di sinistra si batterebbe per lui contro l’attuale premier.

Dalle parti di Elly Schlein si comincia a guardare a tutto questo con una comprensibile preoccupazione. Si approntano le contromisure. Il 13, davanti a una direzione del partito, ove nessuno ha la forza di contrastarla, farà capire che lei è in campo. In una doppia campagna elettorale: quella contro Conte, a primarie pressoché inevitabili (la segretaria del Pd non vuole sedersi a un tavolo dove gli altri la informano che la candidata premier non è lei), e poi quella contro Giorgia Meloni. Il partito non faccia scherzi. Elly è già pancia a terra. Quindi un nuovo libro della segretaria, un suo neverending tour su e giù per l’Italia, la stretta di bulloni con i vari Vincenzo De Luca, Antonio Decaro, Roberto Gualtieri, sparsi sul territorio, le promesse a vari esponenti del partito di ruoli ministeriali.

Schlein sa che, se perde la partita, perde tutto. E che il Pd entrerebbe nella sua parabola finale. Perciò ci si interroga anche su come prospettare a Conte una via d’uscita dorata: la presidenza del Senato, gran trampolino per il Quirinale. Ma lui vuole andare a Palazzo Chigi. Gli possono pure promettere la luna.

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