La scelta della Francia di accelerare sulla “sovranità digitale” segna un cambio di passo che va oltre la semplice adozione di Linux o di software open source. Non è una questione tecnologica, o almeno non soltanto. È una questione di controllo.
Per anni, le amministrazioni europee hanno costruito il proprio funzionamento quotidiano su infrastrutture, piattaforme e strumenti sviluppati altrove, soprattutto negli Stati Uniti. Una dipendenza diventata così profonda da essere quasi invisibile. Email, documenti, cloud, sistemi operativi: tutto appare neutrale, inevitabile. Ma non lo è. Ogni tecnologia incorpora regole, modelli economici, margini di autonomia – o di subordinazione.
Non è un caso che, come rivelato da Politico, anche le istituzioni europee stiano rivedendo i servizi di messaggistica utilizzati dai propri funzionari, nel tentativo di ridurre rischi e dipendenze. Segno di una vulnerabilità che non riguarda solo le grandi infrastrutture, ma arriva fino agli strumenti più quotidiani della macchina pubblica.
La Francia oggi prova a rendere esplicito ciò che finora era implicito: affidarsi a fornitori esterni significa accettare che prezzi, evoluzione tecnologica e persino gestione del rischio sfuggano al controllo pubblico. Da qui la richiesta ai ministeri di pianificare una transizione verso alternative europee o open source. Non un gesto simbolico, ma un tentativo di riorganizzare lo Stato digitale su basi diverse.
Il punto, però, non è “uscire da Microsoft” o sostituire un software con un altro. Questa lettura è riduttiva. Il vero obiettivo è ridurre il lock-in, cioè la dipendenza strutturale da un singolo ecosistema. È una logica di “de-risking”: non eliminare ogni interdipendenza – cosa impossibile – ma evitare che diventi irreversibile.
Qui emergono i limiti del progetto. Più si sale nello stack tecnologico, più la sovranità diventa difficile. Sostituire un sistema operativo è complesso ma fattibile. Ripensare strumenti collaborativi, infrastrutture cloud o soluzioni di intelligenza artificiale significa entrare in mercati dominati da pochi attori globali, dove il vantaggio competitivo non è solo tecnologico ma anche culturale e organizzativo.
C’è poi un problema meno visibile ma decisivo: la capacità amministrativa. Le transizioni digitali falliscono raramente per ragioni tecniche. Falliscono perché cambiare software significa cambiare abitudini, processi, formazione, procurement. Senza una governance forte e coordinata, ogni ministero tende a tornare alla soluzione più semplice e conosciuta.
Eppure, nonostante questi ostacoli, il segnale francese è rilevante. Sposta il baricentro del dibattito europeo: dall’efficienza alla resilienza, dal costo immediato al controllo nel lungo periodo. In un contesto geopolitico sempre più frammentato, la capacità di decidere su dati, infrastrutture e strumenti digitali diventa una componente della sovranità statale, non un dettaglio tecnico.
L’Europa, nel suo insieme, difficilmente potrà controllare l’intero stack digitale. Ma può scegliere dove essere dipendente e dove no. Può costruire alternative credibili, anche senza sostituire completamente quelle esistenti. Può, soprattutto, evitare che le proprie istituzioni funzionino su basi che non controlla.
La sfida non è tecnologica, o almeno non soltanto. È politica, industriale e organizzativa. Ed è appena iniziata.