Chi conosce Agostino Arioli sa che non si parla di lui, si parla con lui – e la differenza non è retorica. È una questione di postura: in vent’anni non l’ho mai sentito alzare la voce su quello che aveva fatto, preferendo sempre abbassarla su quello che stava ancora cercando di capire. L’ho incontrato per la prima volta nel 2005, quando un amico comune, Giovanni Mandara della Piccola Piedigrotta di Reggio Emilia, ci ha messi in contatto perché stavo cercando di capire cosa c’entrassero le fermentazioni birrarie con quelle del vino. La risposta, allora come adesso, era: moltissimo.
Agostino è venuto in cantina da Franz Haas durante la vendemmia per quattro giorni; poi sono andato io a Lurago Marinone a lavorare con lui. Quello scambio tecnico, apparentemente informale, è diventato nel 2015 Klanbarrique – una cantina brassicola nata a Rovereto dall’incontro tra il Birrificio Italiano e due enologi trentini, me e Matteo Marzari della De Tarczal della Vallagarina. Birre acide, barrique di whiskey e cherry, fermentazioni con lievito da vino, Italian Grape Ale, mosto d’uva dentro la birra, sidri, un festival che si chiamava “Robe da chiodi”, viaggi in California. Alla fine la produzione è rientrata in seno al Birrificio Italiano, com’era giusto che fosse. Ma dico questo non per fare autobiografia – lo dico perché Agostino Arioli, in trent’anni, ha costruito una rete di relazioni tecniche che assomiglia molto alla sua filosofia produttiva: solida, discreta, orientata alla sostanza.
Il 3 aprile 1996 apriva il Birrificio Italiano a Lurago Marinone, provincia di Como: un impianto da duecento litri recuperato, una dozzina di soci, un’idea rivoluzionaria che ancora non aveva un nome in italiano. La birra in Italia significava prodotto industriale, freddo, pastorizzato, standardizzato. Le prime birre servite al pub di Lurago erano torbide, non filtrate, servite con tempi di attesa che oggi sembrerebbero normali ma allora suonavano come un affronto alle abitudini del cliente medio. Arioli non si è scusato.
Quella stessa estate ha fatto qualcosa che i birrai tedeschi avrebbero definito un’eresia: ha aggiunto il luppolo a freddo durante la maturazione di una lager, una tecnica anglosassone applicata alla tradizione continentale per esaltare il profumo senza aumentare l’amaro. È nata la Tipopils, una pils con doppio dry hopping che non somigliava a niente di già catalogato. Anni dopo, il mastro birraio della californiana Firestone Walker avrebbe portato quella tecnica negli Stati Uniti, e la categoria Italian Pilsner sarebbe stata ufficialmente riconosciuta dal Beer Judge Certification Program (Bjcp) americano. Un birraio di Lurago Marinone che inventa uno stile codificato in California – di questi cortocircuiti è fatta la storia della birra artigianale, anche quando nessuno li vede in tempo reale.
Arioli non ha mai smesso di studiare la materia prima. La ricerca sui malti in Germania e in Austria, la selezione dei luppoli prima che diventasse moda farlo, l’attenzione all’acqua come ingrediente e non come solvente, la scelta dei distributori e dei locali in base alla capacità di conservare e servire correttamente le birre: tutto questo appartiene a una filiera di controllo che pochissimi produttori in Italia si sono preoccupati di costruire con la stessa coerenza. Gli ha tolto qualche opportunità commerciale, probabilmente qualche copertina, sicuramente qualche compromesso che non era disposto a fare. In cambio ha costruito un’azienda che dai 300 ettolitri del 1996 è arrivata a 6.500 nel 2025, presente in tredici Paesi, con l’ottanta per cento delle vendite in fusto all’Horeca – un dato che dice tutto su dove vuole stare, ovvero nei bicchieri giusti e non sugli scaffali di qualsiasi grande distribuzione. La sua posizione sul tema è esplicita e non negoziabile: la birra artigianale deve restare una nicchia, senza inseguire il mainstream industriale. Non è nostalgia, è strategia.
Quest’anno Fermento Birra gli ha assegnato il titolo di Birraio dell’Anno 2025, il riconoscimento più alto del settore in Italia, ottenuto dopo diciassette edizioni del premio. Trent’anni di attività, concreta. La cosa non stupisce chi lo conosce: Agostino non è un animale da palco, e il settore lo ha sempre un po’ trattato come si tratta chi fa le cose bene senza sbatterle in faccia.
Per l’anniversario ha rilasciato l’Amber Shock 30, versione rifermentata in bottiglia con metodo ancestrale della sua primissima ricetta da homebrewer degli anni Ottanta – imbottigliata con zuccheri ancora fermentabili, bolla fine, complessità aromatica che cresce nel tempo. Un ritorno alle origini che non ha niente di sentimentale: è un esperimento tecnico, come sempre.
Nominare Agostino Arioli nel mondo dei birrai italiani è nominare uno dei pochissimi che ha cambiato la storia della categoria senza doverla raccontare ad alta voce. È ora che lo sappia anche chi compra la birra, non solo chi la produce.

