La grande espulsione
All’ingresso di Aung Mingalar o «Ambala», com’è conosciuto il quartiere musulmano di Sittwe, i gabbiotti azzurri della polizia presidiano mucchi di spazzatura e impediscono di avvicinarsi. «Via, via. Chiuso!», dice un agente appena avvista qualcuno. In questo lager a cielo aperto col titolo di quartiere «vivono circa 4000 rohingya, il 5% di quanti abitavano in città», mi spiegherà successivamente Nay San Lwin, cofondatore della Free Rohingya Coalition. «Solo pochi possono uscire dal quartiere per fare la spesa ogni due settimane.» È un uomo della diaspora che incontrerò a Roma mesi dopo, in occasione di un convegno. Mi conferma quanto, a mezza voce, ci hanno detto sul posto: 4000 persone, sorvegliate speciali della polizia. Nel quartiere, molte case musulmane sono semplicemente in stato di abbandono, altre sono diventate caserme o aree di rispetto vietate. In città le moschee sono chiuse. In una settimana, a Sittwe incontriamo non più di tre o quattro donne con l’hijab e, quando ci imbattiamo in un gruppetto di ragazzi di aspetto indiano, specificano subito di essere «indostani», vale a dire non rohingya.
Nel Nord del Rakhine tre abitanti su dieci erano fedeli del profeta, ma adesso la bilancia etnoreligiosa è cambiata. Con la fuga di un milione di rohingya negli ultimi anni, i pochi che restano – a Sittwe, nei campi sfollati dei dintorni o in poche altre aree del Rakhine – sono praticamente prigionieri. Meglio dei rohingya se l’è cavata la piccola minoranza dei kaman, riconosciuta tra le 135 nazionalità ufficiali del Paese (da cui i rohingya sono esclusi), un aspetto della realtà birmana su cui torneremo. I kaman o kamein (nome forse derivante dalla parola persiana per «arco») sono un gruppo a maggioranza islamica, autoctono del Rakhine. Il governo centrale ne riconosce la cittadinanza e concede loro documenti regolari (al contrario di quello che accade ai rohingya). Ma quando molti sono partiti per Yangon, un ex ministro vicino ai militari si è opposto alla norma che consentiva il trasferimento, sostenendo che così si esportava il «cancro nella parte sana del Paese». Questo è il clima. Sebbene contare i musulmani rimasti nel Rakhine sia un’operazione incerta, qualche dato aiuta a illuminare perlomeno la loro discriminazione: nel periodo settembre-dicembre 2019, il numero di trattamenti all’ospedale generale di Sittwe si attesta sui 26.046 per le «razze nazionali», mentre i «musulmani» ammontano ad appena 814. Questa divisione razziale dei pazienti, messa nero su bianco, basta a suscitare i brividi.
Un Buddha poco compassionevole
Malgrado buddhisti, cristiani e musulmani rohingya convivessero più o meno pacificamente, al netto di qualche dissapore e di un esodo strisciante quanto poco conosciuto, nel 2012 uno stupro mortale avvenuto a Sittwe, di cui sono accusati tre musulmani, scatena il caos. Un autobus subisce un assalto e alla fine dieci passeggeri individuati come rohingya vengono giustiziati. Le due parti si lanciano in una caccia all’uomo, ma la comunità islamica incontra almeno due grossi svantaggi: anzitutto, essere una netta minoranza in un Paese devoto a Buddha il compassionevole; in secondo luogo, il fatto che l’esercito chiuda un occhio di fronte agli eccessi della maggioranza. Lo stesso fanno le autorità religiose buddhiste, che solo in un secondo momento prenderanno le distanze dal movimento 969 del monaco oltranzista Ashin Wirathu, i cui infiammati sermoni istigano all’odio e alla violenza etnoreligiosa. L’incendio si espande in decine di località in tutto il Paese – Meiktila, Yamethin, Mandalay – ma ha il suo fulcro nel Rakhine, a Sittwe, da dove i musulmani vengono «evacuati» nei campi fuori dalla città.
Il pogrom antimusulmano si ripete cinque anni dopo, nel 2017, quando il gruppo armato islamico dell’arsa attacca alcuni siti delle forze di sicurezza birmane nello Stato del Rakhine. È una risposta al 2012, ma per l’esercito birmano – conosciuto come il Tatmadaw – diventa l’occasione per fare piazza pulita. Nel giro di un mese circa 700.000 rohingya scappano in Bangladesh a ingrossare le file dei campi profughi oltre confine. Presto se ne aggiungono altri. Il Myanmar non è più casa loro: per il governo di Naypyidaw, la nuova capitale, sono bengalesi immigrati, clandestini, senza diritto a un documento, tanto meno alla cittadinanza. La parola «rohingya» è bandita dal vocabolario, mentre si consuma la prima grande operazione di pulizia etnica del XXI secolo, in un Paese uscito da cinquant’anni di governo militare, all’ombra del primo esecutivo civile con a capo una premio Nobel, «Daw» (la Signora) Aung San Suu Kyi. La complessità si aggrava ulteriormente tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, quando per il Tatmadaw si profila un’altra sfida: l’Arakan Army (aa), autonomisti armati di ispirazione buddhista e fortemente identitaria. Nati nel 2009, sono attivi dal 2015 ma questa volta fanno sul serio. Non sono gli straccioni armati di machete e moschetto dell’arsa. Una nuova guerra si riaccende tra le pianure del Rakhine e le montagne dello Stato Chin, dove l’aa mantiene le sue basi operative.
