Renato Schifani, Giulia Adamo, Salvatore Cardinale, Wladimiro Crisafulli: cosa hanno in comune questi nomi? Sono tutti politici siciliani in servizio permanente effettivo da sempre, sono tutti candidati o in carica e, quando non lo rivestono, comunque hanno riconosciute le leve del potere dei loro partiti di riferimento o dei loro territori – un particolare non meno importante – sono tutti sulla soglia degli 80 anni.
Tutti in Sicilia conoscono una frase: cu nesci arrinesci. È diventata quasi un alibi culturale. Una carezza amara che accompagna le partenze e assolve le assenze. Parti, se vuoi farcela. Vai via, se vuoi contare qualcosa. E così accade. I giovani se ne vanno. I migliori, soprattutto. Non per scelta romantica, ma per necessità strutturale. Perché in Sicilia, e non solo, il problema non è il talento. È lo spazio.
Lo spazio è occupato. Da sempre. Da una classe dirigente che non invecchia mai davvero, perché non viene mai sostituita. Gli ottuagenari al potere non sono una caricatura: sono una fotografia. Nomi che attraversano decenni, stagioni politiche, sigle diverse, ma identico controllo. Cambiano le maggioranze, non cambiano i protagonisti. O meglio: cambiano ruolo, non lasciano mai il campo.
Il risultato è un paradosso perfetto: chi dovrebbe trasmettere trattiene, chi dovrebbe accompagnare blocca, chi dovrebbe aprire chiude. E allora sì, cu nesci arrinesci. Ma non è un destino: è un sistema. Un sistema in cui l’età non è il problema – sarebbe una banalità dirlo – ma lo diventa quando coincide con l’assenza totale di ricambio, con la cooptazione permanente, con una selezione che premia la fedeltà e non il merito. Una gerontocrazia senza saggezza, che conserva il potere ma smarrisce la visione.
In questo schema, il giovane non è un rischio da valorizzare, ma una minaccia da neutralizzare. Non viene formato: viene tollerato. Non viene responsabilizzato: viene parcheggiato. Non viene ascoltato: viene educato al silenzio. E quando capisce, se può, se ne va.
La Sicilia diventa così un luogo che esporta capitale umano e importa rassegnazione. Un territorio che produce eccellenza, ma non la trattiene. Che celebra i suoi talenti solo quando hanno già vinto altrove. È il cortocircuito più grave: una terra ricchissima che si comporta come se fosse povera di futuro. E invece il futuro c’è. Ma non trova accesso. Perché il problema non è generazionale in senso anagrafico. È generazionale in senso politico e culturale.
Non si tratta di sostituire gli anziani con i giovani. Si tratta di restituire mobilità a un sistema immobile. Di rompere quella catena per cui il potere si trasmette per prossimità, per appartenenza, per anzianità, mai per visione. In una parola: mediocrazia.
E allora forse la frase andrebbe aggiornata: cu nesci arrinesci, ma cu resta resiste – se obbedisce. È questo il punto. Non si resta per costruire, ma per adattarsi. Non si cresce, si sopravvive. E non è tutta colpa dei vecchi abbarbicati alle loro poltrone – no – loro fanno il loro e lo sanno fare benissimo da oltre mezzo secolo. Resistere ad ogni intemperie.
Eppure, ogni tanto, qualcosa si muove. Nuove energie, nuove reti, nuovi linguaggi. Segnali fragili, ma reali. Perché alla fine, anche in Sicilia, vale una verità semplice: la cultura è infrastruttura di democrazia. E senza ricambio, senza apertura, senza conflitto generativo, la democrazia si svuota. Diventa forma senza sostanza. Diventa gestione dell’esistente.
Gli ottuagenari non sono il problema. Il problema è che non esiste un dopo. Finché quel dopo non sarà possibile, cu nesci arrinesci continuerà a essere non un proverbio, ma una condanna. Per tutti. Per chi se ne va e per chi rimane.