Israele ha detto sì a un cessate il fuoco di dieci giorni in Libano. Lo ha annunciato Benjamin Netanyahu, che in questo modo ha ceduto alle pressioni di Donald Trump, in cerca quest’ultimo delle condizioni adatte a riaprire i negoziati per un accordo di pace più ampio con l’Iran.
Il premier israeliano ha dichiarato che il cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore alla mezzanotte e così è stato, ma anticipando che le sue truppe non si sarebbero ritirate dai territori controllati nel Libano meridionale. La pressione militare, però, è continuata fino a poco prima dell’entrata in vigore della tregua, con colpi sulle postazioni di Hezbollah e lanci di razzi da parte di quest’ultima verso Israele.
Ad anticipare l’annuncio di Netanyahu, era stato lo stesso Donald Trump. Fonti della Casa Bianca hanno poi fatto sapere che il cessate il fuoco in Libano è stato il frutto di una serie di telefonate tra Trump e Netanyahu, e tra il segretario di Stato Marco Rubio e il presidente libanese Joseph Aoun. Infine, lo stesso Trump ieri ha parlato due volte con Netanyahu e una con Aoun per finalizzare l’intesa. La scelta di Netanyahu ha subito scatenato le critiche degli alleati di ultradestra che sostengono il suo governo e l’ambasciatore presso l’Onu, Danny Danon, ha tenuto a precisare con la stampa che «Israele dovrà seguire con molta attenzione ciò che accade sul campo e, se ci sentiremo minacciati, reagiremo».
Trump, già nella notte italiana di giovedì, si era spinto in avanti e aveva parlato di uno storico incontro tra Israele e Libano, il primo colloquio faccia a faccia tra i due Paesi da oltre trent’anni, affermando di voler «ottenere un po’ di respiro tra Israele e Libano». L’incontro dovrebbe tenersi a Washington, ma non è ancora chiaro quando avverrà e chi dovrebbe parteciparvi.
La tregua tra Israele e Libano apre la strada a un accordo tra Stati Uniti e Iran, dopo l’altro precario cessate il fuoco raggiunto grazie alla mediazione del Pakistan e che dovrebbe scadere il 22 aprile. Trump, a tal proposito, ha dichiarato che potrebbe recarsi in Pakistan se un accordo sull’Iran «venisse firmato a Islamabad» e si è mostrato possibilista anche su una visita in Libano «al momento opportuno».
Il conflitto tra Israele e Hezbollah è iniziato all’inizio di marzo, dopo un attacco del gruppo militare libanese sostenuto dall’Iran. Da allora, secondo le autorità sanitarie libanesi, sono state uccise più di duemila persone e oltre un milione sono state costrette a lasciare le proprie case.
Questo fronte è strettamente legato al confronto più ampio tra Stati Uniti e Iran. La Casa Bianca ha definito i colloqui «produttivi e in corso» e ha detto di «sentirsi fiduciosa sulle prospettive di un accordo», pur smentendo di aver chiesto un’estensione dell’attuale cessate il fuoco. Donald Trump ha sostenuto che l’Iran avrebbe «accettato di restituirci la polvere nucleare». Non è chiaro a cosa si riferisse esattamente, ma è probabile che si tratti dei 440 chili di uranio arricchito che il governo degli ayatollah ha accumulato negli ultimi anni.
A questo punto la ripresa dei colloqui, a breve e di nuovo a Islamabad, si avvicina e il capo dell’esercito pachistano Asim Munir è a Teheran nel tentativo di ridurre ulteriormente le distanze tra le due parti.
Gli Stati Uniti chiedono una sospensione di lungo periodo delle attività nucleari iraniane e il trasferimento all’estero del materiale arricchito. L’Iran propone invece una sospensione più breve e chiede la rimozione delle sanzioni. Nel frattempo Washington ha aumentato la pressione economica su Teheran, annunciando nuove sanzioni contro il settore petrolifero. Le misure colpiscono persone, aziende e navi legate alla rete commerciale di Mohammad Hossein Shamkhani, una figura centrale nel trasporto di greggio iraniano.
La pressione passa anche dal mare. Gli Stati Uniti stanno applicando un blocco navale attorno ai porti iraniani. Lo stretto di Hormuz, fondamentale per il traffico globale di petrolio e gas, continua a funzionare in modo limitato. Il comando militare statunitense sostiene di aver fermato diverse navi, anche se alcuni dati indicano che alcune imbarcazioni sono riuscite a transitare prima di invertire la rotta.